Dove eravamo? Sul pezzo

Quando non ci sono armi nei contenuti, si passa allora al dileggio, alla menzogna, alla farsa.
Ma a questo mondo di fake news non dobbiamo cedere e con forza dobbiamo rivendicare e riportare con i fatti la verità a galla.

Il piccolo Gerarca cinguetta così …

Al netto della manomissione della verità (il post non è mai stato pubblicato) stridono i commenti di pancia di quelli che seguono l’onda dell’ignoranza e del malpancismo per attaccare strumentalmente il sindacato ..

Forse sarebbe opportuno ricordare a tutti questi cosa è stata la CGIL in questi anni …

Sono mesi ormai che sui social, a ogni presa di posizione sui provvedimenti del governo o su fatti di cronaca, i profili ufficiali della Cgil così come quelli di dirigenti, iscritti e simpatizzanti, vengono sommersi dai “dove eravate” e conditi dal solito frasario livido e violento. Dove eravate mentre approvavano la Fornero, mentre toglievano l’articolo 18? Dove eravate mentre smantellavano i diritti dei lavoratori? Invece di occuparvi degli immigrati sareste dovuti scendere in piazza contro il Jobs Act. E via così. Capita pure di venire improvvidamente accusati di averli votati quei provvedimenti, più spesso di non avere fatto nulla per fermarli.

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Gli uomini vuoti

Un penny per il vecchio Guy

I
Siamo gli uomini vuoti 
Siamo gli uomini impagliati 
Che appoggiano l’un l’altro 
La testa piena di paglia. Ahimè! 
Le nostre voci secche, quando noi 
Insieme mormoriamo 
Sono quiete e senza senso 
Come vento nell’erba rinsecchita 
O come zampe di topo sopra vetri infranti 
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore, 
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato 
Con occhi diritti, all’altro regno della morte 
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime 
Perdute e violente, ma solo 
Come gli uomini vuoti 
Gli uomini impagliati..

II 
Occhi che in sogno non oso incontrare 
Nel regno di sogno della morte 
Questi occhi non appaiono: 
Laggiù gli occhi sono 
Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia 
E voci vi sono 
Nel cantare del vento 
Più distanti e più solenni 
Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino 
Nel regno di sogno della morte 
Lasciate anche che porti 
Travestimenti così deliberati 
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate 
In un campo 
Comportandomi come si comporta il vento 
Non più vicino –

Non quel finale incontro 
Nel regno del crepuscolo

III 
Questa è la terra morta 
Questa è la terra dei cactus 
Qui le immagini di pietra 
Sorgono, e qui ricevono 
La supplica della mano di un morto 
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo. 
E’ proprio così 
Nell’altro regno della morte 
Svegliandoci soli 
Nell’ora in cui tremiamo 
Di tenerezza 
Le labbra che vorrebbero baciare 
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

IV 
Gli occhi non sono qui 
Qui non vi sono occhi 
In questa valle di stelle morenti 
In questa valle vuota 
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti 
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro 
Noi brancoliamo insieme 
Evitiamo di parlare 
Ammassati su questa riva del tumido fiume 
Privati della vista, a meno che 
Gli occhi non ricompaiano 
Come la stella perpetua 
Rosa di molte foglie 
Del regno di tramonto della morte 
La speranza soltanto 
Degli uomini vuoti.


Qui noi giriamo attorno al fico d’India 
Fico d’India fico d’India 
Qui noi giriamo attorno al fico d’India 
Alle cinque del mattino.

Fra l’idea 
E la realtà 
Fra il movimento 
E l’atto 
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno 
Fra la concezione 
E la creazione 
Fra l’emozione 
E la responsione Cade l’Ombra

La vita è molto lunga 
Fra il desiderio 
E lo spasmo 
Fra la potenza 
E l’esistenza 
Fra l’essenza 
E la discendenza 
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno 
Perché Tuo è 
La vita è 
Perché Tuo è il

E’ questo il modo in cui finisce il mondo 
E’ questo il modo in cui finisce il mondo 
E’ questo il modo in cui finisce il mondo

Non già con uno schianto ma con un lamento.

T. S. Eliot

La vomitevole politica del marcio populista: di Salvini, di Di Maio e di tutti gli altri peones fasciogrilloleghisti

Non possiamo e non dobbiamo essere indifferenti di fronte allo schifo ed al degrado umano e culturale del governo fasciogrilloleghista e di chi lo sostiene.

Se ci penso, e dobbiamo pensarci tutti, i toni e le modalità con cui Salvini e Di Maio, di sponda, commentano i disastri del Mediterraneo di questi giorni sono davvero vomitevoli, indegni del genere umano, sciacallaggio puro ed incosciente.

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Versicoli (quasi) ecologici

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: “Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra”

Giorgio Caproni
tratta dalla raccolta postuma Res amissa (1991, a cura di Giorgio Agamben)

Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.

Marcello Fois
L’infinito non finire (Einaudi, 2018)

Il mio sguardo è nitido come un girasole

Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me…
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Fernando Pessoa

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi


Due (Erri De Luca)

Quando saremo due saremo veglia e sonno
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l’uguale di nessuno
e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due
cambierà nome pure l’universo
diventerà diverso.

(Erri De Luca)

Paolo Di Paolo sul silenzio degli intellettuali

Le riflessioni intelligenti sul senso degli intellettuali oggi è soprattutto sul ruolo dei media.

Tratto da P.Di Paolo, Tempo senza scelte, Einaudi, Torino, 2016, pp.69-82

Agli intellettuali non interessa più quello che succede nel mondo e nella politica. Sono diventati prudenti fino al conformismo. Con pochissime eccezioni. E un fumettista che fa meglio di loro. 

Lui, a un certo punto, ci scherza su: «Però contate che ’sto libro magari finisce in mano a gente

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I detective smarriti

I detective smarriti nella città oscura.
Udii i loro gemiti.
Udii i loro passi nel Teatro della gioventù.
Una voce che avanza come una freccia.
Ombra di caffè e parchi
frequentati nell’adolescenza.
I detective che osservano
le loro mani aperte,
il destino macchiato dal proprio sangue.
E tu non puoi nemmeno ricordare
dove si trovava la ferita,
i volti che una volta amasti,
la donna che ti salvò la vita.

Roberto Bolaño

8 gennaio 1959: Fidel Castro entra a Santiago di Cuba

L’8 gennaio del 1959 il Comandante e lìder della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, fece il suo primo discorso a L’Avana, una settimana dopo che il dittatore Fulgencio Batista scappò dal paese incalzato dalle truppe dei liberatori.

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Corrompere, corrompere!

Vivevo anch’io in una città dove spuntano statue
sopra le case e al grido: “Corrompere! corrompere!”, per le strade
correva il filosofo locale, scuotendo la barbetta,
e il lungofiume infinito faceva breve la vita.

Ora, accecando cariatidi, declina il sole laggiù.
Ma coloro che mi hanno amato più
di se stessi non sono ormai tra i vivi. I cani, perduto
il contatto con l’oggetto della caccia, fiutano avanzi,

in questo simili alla memoria, alla vita delle cose. Tramonto,
in lontananza voci, grida tipo: “Vattene, mostro!”
in un’altra parlata. Ma non c’è nulla di più comprensibile.
Con la sua colombaia d’oro la laguna più bella

manda bagliori, velando la pupilla. Quando arriva
al punto in cui non lo si può più amare, l’uomo,
disdegnando di risalire a nuoto
la corrente indemoniata, si nasconde nella prospettiva.

Iosif Bordskij, Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. it. di Giovanni Buttafava, Serena Vitale

Julian Barnes, L’unica storia [Einaudi, 2018]

Non si tratta della solita storia di iniziazione amorosa o di romanzo di crescita. Questa volta Julian Barnes, autore fra i più prolifici del panorama romanzesco anglosassone contemporaneo, lascia che sia Paul, un giovane 19enne, a raccontare l’amore della sua vita, o la storia dell’amore nella sua vita, o semplicemente l’unica grande storia della sua vita, quella che segnerà e determinerà la lettura di tutte le altre storie d’amore.

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Il Lonfo, di Fosco Maraini

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Il Lonfo, in Gnòsi delle fànfole, p. 23