Appassionati della materia che insegnano e dei loro studenti che vedono crescere tra i banchi, raggiungere obiettivi, saltare ostacoli. Un po’ alla Robin Williams ne L’attimo fuggente , anche se più che capitani si sentono accompagnatori, compagni di strada. Insomma, dentro all’aula tutto bene (o quasi), al netto di chi è diventato prof per caso e non sono pochi, quasi un quinto. Fuori cominciano i guai. In sala insegnanti li attende un mare di carte e scartoffie da compilare, «la burocrazia ci soffoca». E una volta usciti da scuola è anche peggio.

Si sentono rispettati? Non certo dal governo: solo il 5 per cento dice sì. E appena il 24 per cento afferma che gli italiani, ovvero la società, porta loro rispetto. Insomma, l’ambiente sociale e politico è percepito più che ostile. E lo è, in effetti, visto la “riformite” inconcludente che affligge la scuola italiana, genitori sempre più incattiviti e riconoscimento del valore dell’educazione sotto zero. Ecco cosa provano e pensano gli insegnanti italiani. Il quadro esce dall’indagine “Essere un docente” realizzata dalla Cambridge University Press su un campione di 1.330 maestri e professori in vista dell’avvio dell’anno scolastico. Il dossier racconta chi salirà in cattedra. «Mi aspettavo che gli insegnanti italiani fossero più insoddisfatti visto lo scarso riconoscimento sociale e i bassi stipendi», osserva Patrizia Zanon, general manager della casa editrice. La passione resiste nel 97 per cento dei casi, 77 si dichiarano soddisfatti. Tanto che il 65,8 per cento se tornasse indietro farebbe ancora l’insegnante. Letto al contrario è preoccupante: un terzo cambierebbe strada. Zanon vede il bicchiere mezzo pieno: «Siamo abituati a pensare all’insegnamento come a una professione di ripiego, rispetto alle aspettative il dato è abbastanza alto. Poi non si possono negare le difficoltà, il livello di stress, l’impiego del tempo vessatorio, ma il profilo che ne esce è positivo».

Ma la nostra è la classe docente più anziana rispetto ai paesi Ocse: l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni. Il lavoro è considerato duro da più di 40 su cento. Il motivo? «Mi ha fatto sentire stressato, non mi lascia tempo per la vita privata». Il cattivo rapporto coi colleghi ha un impatto maggiore sullo stress rispetto a quello coi genitori. I più giovani, under 35, soffrono invece di più nella relazione con gli studenti. Non è una categoria che vive di rendita, reclama formazione, risorse digitali, hardware in classe e per sé. L’impegno va oltre le lezioni in classe: dicono di lavorare per prepararle, correggere i compiti, poi c’è la gestione della scuola, i colloqui coi genitori. In media 5 ore al giorno, weekend compreso. «Dedichiamo troppo tempo alle attività amministrative e a riunioni interne », lamenta la maggioranza. «La ricerca conferma che gli insegnanti sono generalmente soddisfatti del loro lavoro, per quanto logorante nella gestione quotidiana delle dinamiche relazionali. Ciò non sorprende », osserva Gianluca Argentin, ricercatore all’università di Milano-Bicocca, autore del volume “Gli insegnanti nella scuola italiana”. «Ma attenzione: il loro modo di stare bene a scuola è un ripiegarsi nel contesto dell’aula, rischiano l’autoreferenzialità: non a caso, gli insegnanti stanno bene nella quotidianità scolastica, ma si sentono poco riconosciuti socialmente». E infatti quando chiedi loro di mettere in fila di che cosa hanno bisogno replicano: maggior rispetto, riconoscimento, tempo, formazione, meno burocrazia. Al sesto posto, lo stipendio.

Da La Repubblica, articolo di Ilaria Venturi

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