Un sistema nazionale di valutazione per migliorare il sistema scolastico

Misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è (Galileo Galilei)

Not everything that can be measured can be improved – at least, not by measurement (Jerry Z. Muller)

Partiamo dalle conclusioni – Nel campo dell’istruzione il sistema di valutazione esclusivamente basato su indicatori metrici e biometrici ha fallito! Perché quel sistema fatto di misurazioni (ratings) e classifiche (rankings), quando è l’unico strumento di riferimento delle politiche scolastiche, non ha di fatto aiutato il miglioramento delle scuole, che significa innalzamento della media dei livelli di apprendimento per tutti, e non solo per alcuni. Infatti là dove la verifica dell’efficacia dei sistemi scolastici si fonda solo sui risultati di test standard di apprendimento le differenze sono aumentate e il sistema scolastico stesso si è dimostrato più disomogeneo e meno inclusivo. A dirlo sono gli stessi fautori di quel sistema, come abbastanza di recente ha fatto sir John Major che ha decretato, dalle pagine del The Guardian, la fine di un modello, quello anglosassone, basato sulla misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole e degli insegnanti: «Our education system should help children out of the circumstances in which they were born, not lock them into the circumstances in chich they were born. We need them to fly as high as their luck, their ability and their sheer hard graft can actually take them. And it isn’t going to happen magically.» Ha fallito perché anziché ridurre le distanze ha aumentato le divergenze, nel senso che ha fotografato le distanze e su quei risultati che denunciavano la cristallizzazione di situazioni di partenza e non la loro evoluzione sono state costruite politiche inefficaci che hanno fatto della scuola di massa uno strumento incapace di garantire a tutti il giusto diritto allo studio. La scuola, e quindi le politiche scolastiche, non si è dimostrata in grado di colmare le distanze geografiche, economiche, sociali e culturali che ancora oggi restano gli unici veri fattori determinanti del successo scolastico. [Nota 1]

L’avvento dei tecnici e del merito – L’affermazione in Europa e nel mondo di idee neoliberali ed aziendalistiche ha tolto le politiche scolastiche dalle mani dei pedagogisti per metterle in quelle degli statistici e degli economisti che hanno applicato al sistema dell’istruzione le categorie della reale efficacia ed efficienza in termini economici e non educativi, utilizzando, come detto poco sopra, l’unico indicatore dei risultati di test legati agli apprendimenti di alcune discipline. Questa raccolta di dati, inopportunamente orientati, si è poi tramutata in una esasperazione delle graduatorie (ratings) e nel modello di school choice, con escursioni verso possibili scenari di merito e premialità degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. L’idea di fondo è quella di poter migliorare il servizio spingendo ad una forte competizione prima fra le scuole e poi all’interno delle scuole fra gli stessi lavoratori-insegnanti.

Peccato però che gli esiti sono in realtà opposti rispetto all’intenzione di partenza, nel metodo e nel merito. Di fatto si snatura la funzione educativa della scuola alla quale si fa perdere la collegialità a favore di un sistema di controllo [nota 2], senza contare che tutte le ricerche in questo campo dimostrano che non ci sono rapporti evidenti fra eventuali bonus e le prestazioni degli insegnanti [nota 3]

Inoltre con questo sistema di controllo dei dati, particolarmente enfatizzato nella direzione della misurazione («la tirannia della metrica»), si mina la fiducia verso l’Istituzione Scuola spingendo verso la ricerca del capro espiatorio che l’opinione pubblica individua proprio nell’insegnante. [nota 4]

Questa filosofia sociale si basa, forse per ignoranza forse per malizia, sulla meritocrazia come modello sociale: peccato però che il romanzo-saggio distopico di Michael Young avesse un obiettivo satirico di ammonimento contro una società “meritocratica”, di cui si sforza di mettere in luce i rischi latenti. Affidare ad un’élite di meritevoli le politiche economiche e quindi anche sociali e culturali sono gestite non produce effetti positivi, anzi determina la cristallizzazione di alcuni ‘privilegiati’ e l’affermarsi della “società diseguale”. [nota 5]

Molto lucida è in questo senso la famosa analisi di Bruno Trentin, in uno dei suoi ultimi scritti del 2006 [nota 6] dedicato appunto alla società del merito, che si afferma come società adatta ai padroni per controllare i loro sottoposti: «Con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al ‘merito’… ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il ‘sapere fare’, valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale». [nota 7]

Cosa succede in Italia? – L’Italia non è rimasta immune da questi paradigmi sociali. Con una lenta elaborazione partita all’inizio degli anni ’90 siamo arrivati alla definizione di un nostro sistema di valutazione del sistema scolastico che per definizione (DPR 80/2013) è basato su tre gambe: l’Invalsi, l’Indire e il corpo ispettivo. Per tutta una serie di motivazioni, per lo più di carattere ideologico e politico, anche sulla spinta del sensazionalismo alimentato da un certo tipo di stampa, tutta l’attenzione alla fine ricade sempre e soltanto, nel bene e nel male, sul lavoro, o meglio su una parte del lavoro, dell’Invalsi. [nota 8]

Il ruolo dell’Invalsi – All’ente di ricerca Invalsi è stato dato il compito di fornire indicatori per monitorare il sistema scolastico italiano, definire le prove, testarle, quindi fornire al decisore politico dati per poter costruire politiche scolastiche efficaci. Nello stesso tempo fornire dati alle stesse scuole che hanno partecipato alla somministrazione dei test per poter sostanziare il Piano di Miglioramento.

Oltre i dati cosa c’è – Un aspetto che è sistematicamente ignorato è il lavoro dei Nuclei Esterni di Valutazione (NEV), che pure hanno svolto un ruolo importante considerando che sono stati attivati in quasi 2.000 scuola (un quarto) del nostro sistema scolastico. In tutte le scuole dove sono stati possibili gli incontri fra docenti e valutatori esterni i riscontri sono stati positivi: le scuole hanno bisogno di raccontarsi, hanno bisogno di uscire fuori dai dati per poter spiegare, in un contesto mediatico con forti pregiudizi se non proprio con giudizi negativi nei suoi confronti, con quante difficoltà, ma anche con quanto entusiasmo si svolgono le attività quotidiane. In questo rapporto simmetrico e in questa dimensione narrativa della valutazione, alla quale non è riconosciuto nessun valore scientifico, si realizza l’autovalutazione perfetta, quella che coniuga il dato brutale inteso come fotografia di un attimo, al contesto, all’elaborazione collettiva e cooperativa della “comunità educante”. Le scuole hanno narrato il piccolo miracolo che si realizza tutti i giorni, fra piani di miglioramento ed inclusione scolastica, risorse ridotte all’osso, precarietà e richieste sempre più pressanti quanto improprie da parte del territorio.

Ci rammarichiamo che di questi rapporti non è stata data sintesi, perché l’intreccio fra il dato che si trova spesso anche in prima pagina su tutti i giornali nazionali con i risultati Invalsi commentati con copia di particolari e sentenze e la sintesi di queste valutazioni narrative offrirebbero elementi più sostanziosi per avere un quadro

Il ruolo della politica – Uguale rammarico si deve avere per l’inerzia del decisore politico. Il rito annuale delle condoglianze sui risultati Invalsi è il risultato di una politica debole che, anziché agire per “rimuovere gli ostacoli” a favore dei più deboli ed in difficoltà per garantirne la piena esigibilità del diritto costituzionale all’istruzione, ha usato in modo improprio i dati facendone obiettivi e non indicatori per il miglioramento. Nonostante infatti i limiti di metodo e di merito dei test Invalsi, nulla si è fatto per ridurre il gap tanto che tutti gli anni, con lievissime varianti sul tema, si ripresentano gli stessi significativi risultati: il nostro sistema è fortemente diseguale non solo fra Nord e Sud dell’Italia, ma anche fra aree cittadine e aree interne. Siamo alla stessa impasse a cui è giunto il mondo anglosassone, con un sistema che anziché ridurre le distanze, le cristallizza e rinforza. [nota 9]

Senza contare che nel momento stesso in cui si valutano le scuole si sta valutando lo stesso MIUR che altro non è se non il sistema scolastico italiano: in questi ultimi 10 anni i governi che si sono susseguiti non solo non hanno preso provvedimenti seri per cambiare la tendenza negativa degli esiti delle prove standardizzate emersi dalle prove Invalsi, ma hanno anche implicitamente avallato l’operato dei ministeri che hanno prodotto quegli stessi dati. E lo stesso dicasi del parlamento: perché in fin dei conti i dati sul successo scolastico dei nostri alunni dovrebbe essere oggetto specifico di riflessione di tutti i nostri rappresentanti politici, dal momento che non si sta ottemperando al raggiungimento degli obiettivi per la realizzazione della scuola della costituzione.

Il ruolo della FLC CGIL – La valutazione (intesa soprattutto come autovalutazione) è un tema strategico all’interno di qualunque sistema che vuole dirsi autonomo, che è qualcosa di diverso da autoreferenziale: l’autonomia è un valore aggiunto che deve caratterizzare ogni tipo di soggetto, sia esso individuo o collettivo, nella sua definizione sociale e politica. Ma autonomia, come dice la parola, significa soprattutto darsi delle regole e dei principi, monitorando in che modo ed in che misura gli obiettivi prefissati vengono più o meno raggiunti. La FLC ha avviato una discussione interna per superare il tabu dell’ideologia valutativa, riprendere anche a livello normativo il senso e la funzione della valutazione nel nostro sistema scolastico, quindi individuare possibili sviluppi e presentare una proposta organica sul SNV. [nota 10]

La FLC CGIL ha contrastato, e continuerà a farlo un certo tipo di cultura della valutazione, che spinge a graduatorie di scuole (è il caso di Eduscopio) e alla premialità, alla competitività a discapito della cooperazione. Sono necessarie invece politiche che leggano i dati sugli apprendimenti in modo da programmare interventi concreti e consentire un progressivo miglioramento di tutto il sistema scolastico.

Sono soprattutto necessari investimenti, in organici e strutture, per laboratori, per la stabilizzazione e la formazione continua del personale docente ed ATA [nota 11]

È necessario, infine, riportare tutta la materia della valorizzazione del personale scolastico nell’alveo della contrattazione, perché è quello l’unico luogo e l’unico strumento di partecipazione democratica che permette di riequilibrare le disparità e permette di gettare le basi per una scuola inclusiva.

Bisogna restituire fiducia nel sistema scolastico italiano partendo da chi nella Scuola lavora. [nota 12]


Si riproduce il testo apparso sulla rivista Articolo33 (numero 11/12 del 2019) col titolo I demeriti della meritocrazia

— note —

[nota 1] John Major ‘shocked’ at privately educated elite’s hold on power, scritto da P. Wintour su The Guardian, 11 novembre 2013. Qualche anno dopo sul tema è tornato anche Theresa May quando il 13 luglio 2016 come capo del governo del Regno Unito ha dedicato il primo suo intervento pubblico alla scuola. Lo ricorda Tullio De Mauro, Classi fuori classe, in Internazionale del 14 ottobre 2016 (p.95) http://intern.az/1vl0 . Lo stesso è accaduto negli Stati Uniti, dove Barack Obama ha dovuto provvedere a modificare nel 2015 le politiche scolastiche del No Child Left Behind: vedi D. Poliandri, Per un sistema nazionale di valutazione come strumento per il miglioramento delle scuole, in Per una valutazione delle scuole oltre l’adempimento. Riflessioni e pratiche sui processi valutativi, a cura di M. Freddano e S. Pastore, FrancoAngeli, Milano 2018, pp.67-87, in particolare pp.79-80, a cui si rimanda per la bibliografia specifica.

[nota 2] La valutazione come strumento di controllo è l’idea di fondo di due saggi: Valeria Pinto, Valutare e punire, Cronopio, Napoli 2012 e Angélique del Rey, La tirannia della valutazione, Elèuthera, 2018

[nota 3] J. Z. Muller, The Tyranny of Metrics, Princeton University Press, 2018, p.95 che cita Roland Fryer, Teacher Incentives and Student Achievement: Evidence from New York City Public Schools, in NBER Working Paper n.16850, marzo 2011

[nota 4] Muller, The Tyranny, p.100 ; Steffen Mau, The Metric Society. On the quantification of the social, Polity Press 2019 (orig. del2017)

[nota 5] Michael Young, L’avvento della meritocrazia. Gli uomini sono tutti uguali?, Comunità Editrice, Roma 2014 (orig. The Rise of Meritocracy 1870-2033: An Essay on Education and Equality, New Jersey 1958). Lo stesso Young è intervenuto nel 2001 sulle pagine del The Guardian per bacchettare il premier Tony Blair, leader labourista, che accusa di aver messo la meritocrazia al centro della sua politica senza averne compreso il senso (ed i pericoli). Scrive Young in Down with Meritocracy, sul The Guardian del 29 giugno 2001 (http://bit.ly/youngdownmeritocracy) : «I have been sadly disappointed by my 1958 book, The Rise of the Meritocracy. I coined a word which has gone into general circulation, especially in the United States, and most recently found a prominent place in the speeches of Mr Blair. The book was a satire meant to be a warning (which needless to say has not been heeded) against what might happen to Britain between 1958 and the imagined final revolt against the meritocracy in 2033. Much that was predicted has already come about. It is highly unlikely the prime minister has read the book, but he has caught on to the word without realising the dangers of what he is advocating. […] There was also a prediction in the book that wholesale educational selection would be reintroduced, going further even than what we have already. My imaginary author, an ardent apostle of meritocracy, said shortly before the revolution, that “No longer is it so necessary to debase standards by attempting to extend a higher civilisation to the children of the lower classes”. At least the fullness of that can still be avoided. I hope.» Il recente contributo di Mauro Boarelli (Contro l’ideologia del merito, Laterza Bari, 2019) aiuta a recuperare la storia e la bibliografia relativa a questo argomento dimostrando come il merito abbia diviso e sottolineato le differenze piuttosto che portare ad una crescita collettiva. Ricordiamo anche che il giurista Daniel Markovitz nel suo The Meritocracy Trap (https://www.themeritocracytrap.com/ ) parla della meritocrazia come di quel «meccanismo per la concentrazione e la trasmissione dinastica di privilegi e risorse da una generazione all’altra.» Di strettissima attualità infine un articolo di Paolo Mossetti su Wired (http://bi.ly/mossetti) dal titolo “Meritocrazia”: storia della parola che fa litigare tutti. Sull’impatto della tecnocrazia sulla Scuola si veda l’ultima fatica di Roberta Calvano (Scuola e Costituzione, tra autonomie e mercato, Ediesse Roma 2019) .

[nota 6] Per noi significa il passaggio alla Riforma Moratti e l’affermazione di un ruolo più incisivo dell’Invalsi, nato proprio nel 2004: vedi Poliandri, Per una valutazione cit. e P. Cipollone, D. Poliandri, Il sistema nazionale di valutazione come strumento di supporto per la qualità, in Economia & Lavoro, XLVI, 1, 2012, pp.47-59

[nota 7] Bruno Trentin, A proposito di merito, L’Unità, 13 luglio 2006, http://bit.ly/trentinmerito

[nota 8] Pensiamo in ultimo alla serie di articoli pubblicati quest’estate dopo la diffusione del rapporto annuale (10 luglio 2019) e comparsi su La Repubblica. I protagonisti di questa lunga querelle sono stati personaggi per lo più fuori dal mondo della scuola militante, ma che si sono sentiti quasi in dovere di intervenire per dire la loro come per esempio Antonio Pennacchi (scrittore), Silvia Ronchey (filologa classica), Eraldo Affinati (scrittore con qualche esperienza di insegnamento) e Massimo Recalcati (psicoanalista e, da quel versante, noto tuttologo), Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato), Alberto Asor Rosa (docente universitario) … In tutta questa selva di interventi, non sono stati presi in considerazione né dirigenti scolastici, né docenti, né pedagogisti, perché in Italia vale la regola che tutti possono parlare di Scuola, tranne chi nella scuola lavora.

[nota 9] Su questi aspetti si registrano diversi interventi. Sicuramente interessante il libro Roberto Contessi, Scuola di classe. Perché la scuola funziona solo per chi non ne ha bisogno, Laterza, Roma-Bari 2016. Ed è singolare che nello stesso anno sia pubblicato un altro libro dal titolo analogo, Marco Romito, Una scuola di classe. Orientamento e disuguaglianza nelle transizioni scolastiche, Guerini, Milano (2016).

[nota 10] La discussione è iniziata con 3 incontri seminariali: 1) il 2 luglio hanno partecipato Donatella Poliandri (ricercatrice Invalsi) e Giuseppe Bagni (docente e presidente del CIDI); 2) l’11 settembre hanno partecipato Andrea Baccini (prof. Università di Siena e redattore ROARS), Paolo Sestito (resp. ufficio statistica di Banca d’Italia e già presidente Invalsi), Anna Maria Ajello (presidente Invalsi); 3) il 24 settembre ha partecipato Pietro Lucisano (prof. Università “La Sapienza” di Roma).

[nota 11] La FLC CGIL ha esposto le sue proposte nel convegno “La scuola che verrà” del 21-22 marzo 2018 http://bit.ly/flclascuolacheverra

[nota 12] Non è un caso che la “mitica” Finlandia non abbia un sistema di valutazione del personale e delle scuole, ma tutto si basa sulla fiducia; ne scriveva già il 2 maggio 2011 Erik Kain su Forbes (The Finland Phenomenon: Inside the World’s Most Surprising School System) presentando il documentario The Finland Phenomenon: «In Finland there are no standardized tests. In fact, there is really very little testing at all. Finnish teachers are not monitored or rated based on test scores, and teachers (as well as their students) have a great deal of autonomy. It is a system built on trust, and the film really drives home the notion that trust – rather than faux accountability – leads to real results, leads to teachers and students and members of government all wanting to live up to the trust given to them rather than simply scraping by. » (http://bit.ly/kainfinland)

Ad analoghe conclusioni perviene Calvano, Scuola e costituzione, p.169, che evoca lo spettro del dispositivo di Sorvegliare e punire di Michel Foucault.


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

Published by

Massimiliano De Conca

Insegnante, filologo, curioso …. penso che ci siano dei momenti in cui sia giusto presentarsi in prima persona!

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