Diario della Quarantena /40 – due risposte su didattica a distanza e pedagogia aperta

Il Manifesto riporta un’intervista alla pedagogista Maria Teresa Murraca (dell’Università di Verona) che riflette sulla “situazione sospesa” che stiamo vivendo e sull’impatto che ha sulla vita scolastica.

Mi sento di sottoscrivere una premessa: “la situazione che stiamo vivendo pone alcuni interrogativi essenziali, che ci possono permettere di ripensare radicalmente la formazione. Per esempio è possibile immaginare una formazione svincolata dalla tirannia del programma e più attenta a creare le condizioni per una riflessione critica comune e permanente sulla realtà?”

Ecco, questo punto, che dovrebbe essere un’acquisizione dei docenti almeno dal 2011 in poi, è il meno praticato, visto che oltre alla tirannia della valutazione, molti si concentrano sui fantomatici programmi che non esistono per riempire le teste degli alunni.

Veniamo dunque all’intervista.

Cosa pensa della didattica a distanza e del suo eventuale prolungamento online anche a settembre?

Io mi auguro che la rinuncia alla scuola che stiamo chiedendo agli studenti duri il meno possibile. La didattica a distanza non può essere considerata sostitutiva della didattica in presenza, perché qualsiasi processo educativo implica la reciprocità della relazione, quindi non può prescindere dalla dimensione emotiva, corporea e persino inconscia dell’incontro. In più la didattica a distanza sacrifica le pratiche interattive e laboratoriali, che sono le più efficaci per promuovere un autentico apprendimento. Sono molto amareggiata da un certo discorso pubblico che sembra annunciare che finalmente è arrivato il momento propizio per svecchiare la scuola: è lo stesso discorso che più o meno velatamente colpevolizza i docenti per la sofferenza in cui versa la scuola, che è determinata piuttosto da ben due decenni di politiche neoliberiste. Tenendo presente che la didattica a distanza non è sostitutiva della didattica in presenza e che non è meglio, però, è importante riconoscere che in queste settimane difficili le tecnologie della formazione hanno permesso a docenti e studenti di non interrompere il filo della comunicazione educativa, di creare uno spazio per ospitare interrogativi, per generare confronto e pensiero su un presente carico di incertezze.

 Lei ha teorizzato una pedagogia aperta. Cosa significa e come sarebbe applicabile nelle nostre scuole?

Apertura è una parola cara ad Aldo Capitini, che però condensa il fulcro delle proposte sorte dai movimenti di educatrici e educatori che, soprattutto a partire dal Novecento, hanno innovato profondamente la scuola e più in generale l’educazione. Il loro insegnamento è ancora molto illuminante: Maria Montessori ci ha insegnato a osservare in modo al contempo scientifico e mistico l’infanzia e in generale i nostri interlocutori educativi, perché proprio da questa osservazione ricaviamo gli orientamenti fondamentali per la pratica educativa. Elise e Célestine Freinet ci hanno detto che la cooperazione è il fulcro di ogni processo educativo ma non bisogna darla per scontata, al contrario è necessario impegnarsi a fondo per creare le condizioni per un’autentica cooperazione. Paulo Freire, don Lorenzo Milani e Danilo Dolci ci hanno stimolato a prendere coscienza delle implicazioni politiche di ogni scelta e azione educativa. Gayatri Spivak ci insegna a non pretendere di «inchiodare» l’altro a un sapere definitivo ma a disporci a reimmaginarlo continuamente. Questi e molti altri educatori mostrano che la pratica educativa, a scuola e fuori dalla scuola, è fatta soprattutto di sperimentazione riflessiva, coraggiosa e quanto più possibile dialogica. Vorrei inoltre spendere due parole ancora sull’educazione non formale, che è spesso il settore educativo più ricco di pratiche innovatrici e che in questo periodo è totalmente assente dal dibattito pubblico: in molteplici servizi educativi, educatrici e educatori stanno continuando a prendersi cura e a cercare parole di senso insieme a minori, migranti, persone disabili e tossicodipendenti… Mi chiedo quanto prenderemo coscienza dell’essenzialità di questo lavoro! Al contempo sono convinta che i margini ci possono dare una prospettiva da cui guardare la realtà e avere più chiarezza rispetto a dove vogliamo andare dopo che sarà finita l’emergenza coronavirus.

Leggi l’intero articolo su Il Manifesto


Comincio un diario legato al periodo che grazie al DPCM dell’8 marzo trascorrerò in casa o comunque in una sorta di isolamento legato alle misure di prevenzione del Coronavirus.


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

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