Mio marito, di Rumena Bužarovska [Bottega Errante 2019]

Essere madre, moglie e pittrice non è una vita facile, non è facile affermare il proprio talento oltre le quattro mura di casa. Soprattutto non ci sono gli stimoli, non ci sono i riconoscimenti giusti: il marito, vittima dell’alcol e del suo lavoro, non apprezza i suoi quadri e non coglie occasione per deridere in pubblico il “passatempo” della moglie, alla quale non riconosce nessuno sforzo, nessuna attitudine.

Anche la stessa nipote, più giovane, che lei ha preso con sé in casa sua per mostrarle generosamente la via dell’arte, ne denigra ogni suo quadro, ha apprezzamenti di sufficienza per quelle tele che vede prive di vita e di vitalità. Probabilmente esporranno insieme i loro quadri, ma di fronte a quel vuoto assoluto di attenzioni, anche l’ispirazione si spegne: la tela resta bianca… Lo stesso vuoto c’è nella vita della moglie di Boban, capo della polizia: da tempo vive delle sue serate in solitudine. Finché, l’8 marzo, non ha l’occasione di trascorrere una serata con Toni, un collega sposato ma fascinoso, intelligente, schiacciato da una moglie possessiva. Qualche grappa di troppo, un cielo stellato e un’occasione per trasgredire. Salvo scoprire poi che in fondo è sempre bello e confortevole tornare a casa, al suo nido… Così, allo stesso modo, le passioni sfioriscono e di Zoran alla moglie non resta che un piacevole ricordo delle sue poesie strampalate, che adesso invece detesta anche se un tempo le amava, dei suoi capelli neri e del suo fisico giovane: tutto di lui ormai le è detestabile, allontana dal piacere. Però, come i fiori si aprono al sole, così non può resistere a quelle dolci paroline sussurrate ogni tanto nell’orecchio, nel pieno di una fredda notte di noia: “Orchidea, apriti”. Allora tutto sembra avere un senso e in quegli istanti i ricordi di un tempo lasciano il posto al piacere di un momento. Tanto basta per poter andare avanti un’altra giornata…

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