La prospettiva sbagliata di Andrea Gavosto e della sua “perdita di apprendimento”

Come spesso accade, quando Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, interviene sulla Scuola, dice qualcosa di interessante, ma ha una prospettiva completamente sbagliata rispetto all’oggetto di cui parla.

Del resto, il suo curriculum parla chiaro: non è un insegnante, non è un dirigente scolastico, non è un assistente amministrativo, tecnico o collaboratore scolastico. Cioè della Scuola ha esperienze indirette o di teoria.

L’articolo comparso oggi sul Sole24ore (Subito un piano d’emergenza contro la perdita di apprendimento), purtroppo, non ha nemmeno una considerazione accettabile. E vediamo perché.

Si parte dalla considerazione che la mancata somministrazione dei test Invalsi (neanche presa in considerazione la possibilità di una sessione a settembre, e mi sembra ovvio considerando i problemi che ci sono) ci impedirà di capire a quanto ammonta effettivamente la “perdita di apprendimento”:

In Italia non si può calcolare esattamente l’entità della perdita di apprendimenti sofferta dagli studenti. Le prove Invalsi di primavera sono state infatti cancellate: la pandemia è stata una scusa per eliminare un passaggio scolastico particolarmente inviso a molti insegnanti e a una parte della politica, anche nella maggioranza. Questo, però, ci priva dello strumento per misurare il calo degli apprendimenti degli studenti nel 2020, paragonandone i risultati con quelli delle generazioni precedenti. Pare non ci sia intenzione di recuperare i test a settembre: per conoscere la learning loss di quest’anno, dovremo quindi aspettare fino a giugno 2021. Nel frattempo, le analisi in altri Paesi suggeriscono perdite di apprendimenti di circa un terzo per la lettura e della metà per matematica: per l’Onu una vera e propria «catastrofe educativa».

E qui mi sia permesso subito un appunto, anche di metodo. I test Invalsi indicano la situazione di un determinato momento di un campione di alunni in movimento: per poter avere effettivamente un’efficace misurazione del learnin loss (semmai ne avessimo bisogno) bisognerebbe sottoporre lo stesso gruppo di alunni a più di una somministrazione all’interno dello stesso anno scolastico. Operazione che di fatto accade, ma non ad opera dell’Invalsi, quanto ad opera dei docenti: ecco perché eventuali considerazioni su recuperi o consolidamento sono una prerogativa esclusiva dei docenti e dei collegi docenti, non dell’Invalsi.
Segue una sua dotta osservazione che riguarda invece l’incidenza sul PIL del lockdown, che si è premurato anche di misurare:

Si può, però, dare un ordine di grandezza della perdita massima di capitale umano, ovvero del valore delle conoscenze e delle competenze riconosciuto dal mercato del lavoro. Con la stessa metodologia della Banca mondiale, insieme a Barbara Romano abbiamo calcolato che i mesi di assenza da scuola possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 21mila euro per studente, in termini di minori redditi futuri (si veda Bellettini e Goldstein, “The Italian economy after Covid-19”, presentato sul Sole il 24 luglio). Se moltiplichiamo questa cifra per gli 8,4 milioni di studenti arriviamo a un costo potenziale del coronavirus nei prossimi decenni pari al 10% del Pil, stima che dovrebbe destare enorme preoccupazione.

Tradotto: c’è una perdita di denaro a non mandare a scuola gli alunni. Perché? Perché gli insegnanti sono rimasti a casa o perché sono rimasti a casa anche i genitori? Su questo punto Gavosto non mi pare esauriente. Deduco che propendesse per la prima possibilità.
Quindi segue un’altra considerazione altrettanto dottissima sul peso di un secondo lockdown:

Come ridurre il costo del lockdown sulla scuola ed evitare nuove perdite? La questione è urgente alla luce degli ultimi dati epidemiologici: la crescita di nuovi contagi in Italia – ancora più grave in Paesi a noi vicini – potrebbe costringere a nuove chiusure degli istituti scolastici. È chiaro che un secondo lockdown integrale metterebbe in ginocchio non solo l’economia, ma anche il futuro di questa generazione di studenti: l’istruzione è un processo cumulativo e se si saltano dei passaggi, questo limita la capacità di imparare in futuro, oltre che di trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito. Un rischio da evitare a tutti i costi.

Ho messo in grassetto una frase che commenterò dopo, ma anticipo che si tratta di un’aberrazione di tipo economicistico: l’istruzione è un prodotto finale che è frutto di un accumulo di nozioni. Come il prodotto finito, un manufatto.
La soluzione? Un piano davvero articolato che prevederebbe diminuzione degli alunni per classe, mascherine e ovviamente la didattica a distanza come “strumento indispensabile per l’emergenza”:

Sappiamo che in caso di contagi in una scuola, sul da farsi deciderà l’autorità sanitaria. Meno chiaro l’iter in caso di focolai nel territorio. Sarebbe necessario, in ogni caso, predisporre piani di emergenza per evitare la chiusura totale: ad esempio, ampliando il distanziamento sociale (al netto delle imbarazzanti giravolte del Cts in materia), riducendo il numero di studenti per classe, imponendo l’uso delle mascherine, scaglionando di più ingressi e uscite, concentrando l’insegnamento su poche materie essenziali (italiano, matematica, scienze, inglese).

E utilizzando la didattica a distanza, oggi un anatema per molti, dentro e fuori la scuola: di sicuro non è un sostituto di quella in presenza ma – impostata con intelligenza e conoscenza tecnica – è uno strumento indispensabile per l’emergenza.

Fine. Ma davvero c’è da rabbrividire!

Parto dalla considerazione più pedagogica che il non pedagogista ha fatto:
l’istruzione è un processo cumulativo e se si saltano dei passaggi, questo limita la capacità di imparare in futuro, oltre che di trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito. Un rischio da evitare a tutti i costi.

Tutti i docenti, tutti gli uomini e tutte le donne di Scuola, sanno che l’istruzione non è un cumulo di nozioni (per l’autore un “processo cumulativo”), ma un processo di crescita che mira alla costruzione di un metodo di lavoro, non di una banca dati portatile. Il lockdown (e smettiamola con gli anglismi: la chiusura!) ha determinato una situazione che è diventata esperienza di crescita non tanto per i contenuti che sono stati metabolizzati, ma per la capacità di elaborare nuove strade di lavoro e di apprendimento. I limiti di Gavosto qui sono palesi, così come lo è il giudizio che istruzione = lavoro economicamente adeguato (e non soddisfacente per la realizzazione della persona!) ed il pregiudizio da economista che il lockdown ha avuto un peso economico soltanto perché gli insegnanti sono stati a casa.
Peccato che gli insegnanti, come i dirigenti ed il resto del personale scolastico, abbiano seguito nei mesi della chiusura gli alunni con interventi, anche didattici, che hanno mirato a far crescere gli alunni oltre i libri, oltre le lezioni di 60 minuti, mentre attorno parenti ed amici morivano, la vita si stava spegnendo, la stessa fiducia nel domani stava venendo meno.

Davvero brutto quel passaggio, davvero indicativo.

Infine una battuta articolata sulla soluzione articolata proposta nell’ultimo capoverso: tutto sottoscrivibile, persino la considerazione che la didattica a distanza è l’unico strumento emergenziale al quale ricorrere, ma

a- non c’è una volontà politica di investimento in questa direzione, visto che l’unica manovra al momento discussa ed approvata (DL Rilancio) stanzia 1 mld per reclutare al massimo 50.000 persone a tempo determinato che è un numero ridicolo considerando che rappresenta un aggiunta di meno del 5% dell’organico attualmente in servizio nelle scuole (per capirci in Lombardia potrebbero essere assunti al massimo 4.000 docenti, per più di mille istituti, dunque al massimo 4 per istituto: cosa si può fare con 4 docenti in più?). Siamo soltanto fermi agli slogan, che però non aiutano concretamente a migliorare lo scenario anche in una prospettiva strutturale oltre l’emergenza pandemica.

b- non ci sono locali adatti (in numero ed in qualità) ad attuare uno sdoppiamento delle classi: il vero dato è che si spende poco e male in edilizia scolastica, considerando che sono 20.000 circa le aule in meno per adottare distanziamento sociale e riduzione del numero degli alunni per classe. Più che parlare agli insegnanti ed alle scuole, Gavosto dovrebbe parlare -accodandosi ai sindacati- al Ministero, al Parlamento, al Governo.

c- la didattica a distanza è una soluzione che ha lasciato fuori 1,5 milioni di alunni (per ammissione della stessa Ministra, audita in parlamento il 27 marzo scorso): con questi abbiamo un debito. Perché non se ne parla?

Articoli come questo di Andrea Gavosto devono essere letti, perché dobbiamo capire dove alcuni vorrebbero portare la Scuola e l’istruzione. E dobbiamo smontarli con la bontà delle conoscenze e considerazioni che noi che viviamo nella scuola abbiamo il dovere di portare all’esterno oltre gli stereotipi degli slogan e della faciloneria dei soloni.


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

Published by

Massimiliano De Conca

Insegnante, filologo, curioso …. penso che ci siano dei momenti in cui sia giusto presentarsi in prima persona!

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