letture

Il capofamiglia, di Ivy Compton-Burnett [Fazi 2020]

Alberto Arbasino aveva detto dei romanzi di Ivy Compton-Burnett che sono tutte sfaccettature di un’unica grande narrazione. Anche se questo – uscito per la prima volta nel 1935 – più che un romanzo, è un testo teatrale: il dialogo, a volte anche in modo molesto, occupa gran parte della narrazione, l’assorbe e la sovrasta.

Fine Ottocento. Duncan è il classico capofamiglia che pensa di controllare tutto quello che accade nella sua famiglia, composta dalla moglie Ellen, le figlie, Nance e Sybil, e il nipote Grant, che vive con gli Edgeworth da quando il padre, il fratello di Duncan, è morto. La famiglia vive nell’agio e apparentemente in modo sereno.

Duncan Edgeworth monopolizza tutte le discussioni, dispensa suggerimenti, ma soprattutto regole: stabilisce quali sono i tempi per andare a tavola, quali libri si devono leggere, quando si va a messa e come si festeggia il Natale, quali regali fare e non fare. Ed i familiari assistono passivi a queste vessazioni verbali: la moglie non può che dare ragione al marito, le figlie sono combattute fra il dovuto amore filiale e la sfida al despota, il nipote Grant è nella fase di opposizione che lo porta, anche se sommessamente, a scontrarsi col patriarca. La morte improvvisa di Ellen lascia tutti in ginocchio, perché improvvisamente viene a mancare il vero punto di riferimento della famiglia, il vero ‘comandante’. Tutti erano legatissimi a quella donna mingherlina e remissiva, ma con in mano la vera gestione della famiglia, una gestione affettiva ed economica. La sua mancanza porta un’assenza disorientante che si ripercuote sugli equilibri quotidiani: tutto sembra spento e secondario. Dopo un periodo di lunga riflessione interiore, irrompe nella famiglia Edgeworth una figura nuova, che prenderà il posto di Ellen a tavola e sarà anche capace di portare un vento di cambiamento…

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