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La scuola-impresa, stella polare del Recovery Fund

Se l'indebolimento della scuola pubblica ha favorito le lobby dell'istruzione privata e il mercato delle lezioni private, la crisi pandemica ha reso evidente la penetrazione, in corso da tempo, del capitalismo delle piattaforme nell'istruzione

Una necessaria premessa: la filosofia del New Public Management (Npm) innerva tutte le proposte del Piano sull’uso del «Recovery Fund». La scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, è la logica di fondo del Npm: il trionfo dell’individualismo anche nel pubblico, incarnato negli standard astratti di valutazione (benchmark) che prendono il posto dell’interesse pubblico.

Non per caso, la voce «istruzione» è collegata all’impresa, ma non alla cultura, né alla tutela e valorizzazione del territorio. La scuola non è pensata come generatrice di quelle forme mentali e culturali che dovrebbero favorire i processi di gestione delle crisi in atto, ma come un tapis roulant verso l’impresa 4.0. Del resto, in questi anni la scuola è stata intesa come l’anticamera del mondo del lavoro, una riserva di caccia per industria e terzo settore. Se l’indebolimento della scuola pubblica ha favorito le lobby dell’istruzione privata e il mercato delle lezioni private, la crisi pandemica ha reso evidente la penetrazione, in corso da tempo, del capitalismo delle piattaforme nell’istruzione: durante la DaD la didattica è stata determinata dalle modalità «tecniche» delle piattaforme digitali, mentre un enorme patrimonio di esperienze veniva gratuitamente consegnato alle piattaforme, che ne faranno l’uso per loro più redditizio.

Per contro, una scuola in aule spaziose all’interno di edifici sicuri, con numeri di studenti, docenti e collaboratori scolastici compatibili con il percorso educativo, una distribuzione dei plessi sul territorio, adeguati collegamenti fra casa e scuola, e un’infermeria scolastica in ogni plesso, è una condizione per la messa in sicurezza della didattica oggi; ma anche la precondizione imprescindibile per progettare la scuola del domani.

Su questi presupposti, il Piano governativo è inaccettabile. Se guardiamo l’entità degli stanziamenti, 28,5 mld sembrano tanti, in termini assoluti: invece sono pochi. Secondo una stima della Flc Cgil, per il dimensionamento di classi e scuole, l’assunzione stabile del personale necessario (200 mila posti di lavoro), l’adeguamento degli stipendi alla media europea, le opere di edilizia necessarie servono 38,1 miliardi. La sola messa in sicurezza degli edifici e la creazione di spazi adeguati comporta una spesa di oltre 19 miliardi.

Inoltre, di questi 28,5 , due quinti (11,77 ) sono per la voce «Dalla ricerca all’impresa»: finanziamenti al mercato del lavoro e all’innovazione delle Pmi, dunque fondi scolastici indirizzati all’impresa e la sua filiera strategica. Dall’idea che i soldi spesi in istruzione siano spese improduttive, segue che siano considerati produttivi solo quei fondi che, nominalmente dedicato all’istruzione, di fatto finiscono nell’impresa, benché l’Unesco nel rapporto Education For All del 2012 attesti che l’istruzione rappresenta un investimento, con un ritorno economico tanto maggiore, quanto più arretrate sono le condizioni di partenza.

Quanto ai restanti 16,73 miliardi, dietro fumose parole si intravede una scuola immutata nelle sue strutture. Il potenziamento della didattica riguarda quasi solo il settore dell’infanzia, senza interventi strutturali sui percorsi di istruzione primaria e secondaria, al di là della lotta all’abbandono scolastico, che sembra coniugarsi con una forte spinta verso l’istruzione professionalizzante rivolta al mondo del lavoro e le discipline «Stem», immediatamente spendibili sul mercato del lavoro senza un percorso di studi universitario. L’unico intervento di sistema sulla didattica sembra essere il potenziamento della didattica digitale integrata: rafforzando la tendenza che vuole il digitale a determinare le scelte didattiche, e non la didattica a utilizzare il digitale in base alle proprie esigenze.

Si disegna una scuola che produce lavoratori docili e assoggettati, perché privi degli strumenti critici necessari a contestare lo stato di cose esistente. Il governo si mostra prono alle richieste di Confindustria e Assolombarda, e delle imprese che, col cavallo di Troia del digitale, stanno entrando nel sistema scolastico. Per il diritto all’istruzione e al futuro, rivolgersi altrove.

Articolo di Girolamo De Michele comparso su Il Manifesto del 13 gennaio 2021


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