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I dati sull’evasione fiscale in Italia

A partire dal 2016, ogni anno il MEF pubblica un rapporto, redatto da un’apposita commissione, sull’Economia non osservata e sull’evasione fiscale. Per fare chiarezza, abbiamo estrapolato qualche dato dall’ultimo rapporto disponibile.

A quanto ammonta l’evasione fiscale in Italia? Quali sono le tasse più evase? Quali i risultati conseguiti negli ultimi anni?

Riporto di seguito un interessantissimo articolo comparso su YouTrend che sicuramente potrebbe fornire qualche spunto alla nostra classe politica …

A partire dal 2016, ogni anno il MEF pubblica un rapporto, redatto da un’apposita commissione, sull’Economia non osservata e sull’evasione fiscale. Per fare chiarezza, abbiamo estrapolato qualche dato dall’ultimo rapporto disponibile.

Misurare l’evasione: il tax gap

L’indicatore che misura l’evasione fiscale prende il nome di tax gap, ed è la differenza tra il gettito teorico a legislazione vigente e il gettito effettivamente raccolto. In termini più semplici, si tratta della differenza tra il gettito che il Tesoro raccoglierebbe se ogni attore economico pagasse la totalità dei propri oneri fiscali e il gettito che effettivamente raccoglie. Questa differenza sono le imposte e i contributi evasi.

Nel 2017 (ultimi dati completi disponibili) il tax gap ammontava a oltre 108 miliardi di euro. Per poter fare confronti storici e internazionali, e soprattutto per avere un’idea dell’incidenza del mancato gettito sul bilancio dello Stato, è utile rapportare tale cifra al gettito teorico. Il rapporto così definito (tax gap/gettito teorico) prende il nome di propensione al gap e misura, per l’appunto, la percentuale evasa del gettito teorico.

Nel 2018, il rapporto sfiorava il 29%, escludendo i redditi da lavoro dipendente (che hanno comunque propensioni al gap molto basse, nell’ordine del 3%) e i contributi sociali, per cui i dati non sono disponibili.

Quali imposte vengono evase?

Se la propensione al gap complessiva si aggira attorno al 30% (media 2013-2017: 30,9%), andando a disaggregare il dato per tipo di imposta si nota una rilevante eterogeneità. Vi sono, infatti, imposte per le quali si registra una propensione ad evadere molto bassa (come l’IRPEF da lavoro dipendente, 2017: 2,9%) e altre per le quali la quota evasa supera la quota regolarmente versata, come l’IRPEF da lavoro autonomo (2017: 69,9%). In classifica, subito dopo di questa, troviamo l’IVA (27,2%) e l’IMU (25,8%). IRES e IRAP, invece, registrano rispettivamente dei tassi del 24,6% e del 19,2%.

A Flourish chart

A incidere maggiormente in termini assoluti sull’erario, però, è proprio l’Imposta sul Valore Aggiunto, che pur registrando tendenze all’evasione minori dell’IRPEF degli autonomi, nel 2017 è costata al Tesoro ben 36 miliardi di euro. 

A seguire, oltre al già citato IRPEF dei lavoratori autonomi (32,3 miliardi), ci sono i contributi sociali (11,7 miliardi) e le due forme di tassazione sulle società, IRES e IRAP, che insieme sottraggono allo Stato quasi 15 miliardi di euro.

I risultati degli ultimi anni

I dati qui sopra riportati si riferiscono all’anno 2017, l’ultimo per il quale sono presenti le cifre relative a tutte le forme di tassazione. Nell’anno successivo, però, si sono riscontrati dei miglioramenti degni di nota, grazie alla progressiva entrata in vigore di diversi provvedimenti adottati negli anni precedenti.

In particolare, si osservano riduzioni rilevanti nella quota evasa di IVA (-3,5 miliardi) e IRPEF autonomo (-650 milioni). La prima ha visto una riduzione del tax gap del 9,5%, figlia di una riduzione della propensione all’evasione di oltre 3 punti percentuali.

A Flourish chart

Oltre ad aggiustamenti di natura tecnica nei meccanismi di contrasto all’evasione messi in campo dall’Agenzia delle Entrate e da altri enti pubblici, a cui sarebbe imputabile il recupero del gettito su redditi e attività produttive, la sensibile riduzione del tax gap si deve anche a provvedimenti normativi adottati nel corso della scorsa legislatura dai Governi Renzi e Gentiloni. In particolare, il rapporto del MEF fa riferimento a due importanti novità: la fatturazione elettronica e lo split payment. Sono queste le misure che hanno inciso sul considerevole recupero di gettito IVA e altri tributi minori (come le accise sui prodotti energetici, -28,3% di tax gap). In particolare, l’obbligo di emissione di fattura elettronica, entrato in vigore gradualmente a partire dal 2017, avrebbe permesso un recupero del gettito pari a circa 2 miliardi di euro.
Il meccanismo di split payment, invece, che prevede che il versamento degli oneri IVA sia a carico della pubblica amministrazione nelle transazioni in cui essa è coinvolta, avrebbe, al 2019, contribuito ad un maggior gettito per un ammontare di 3,5 miliardi di euro.


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