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Più Invalsi, meno maturità? Maîtres à penser dalle competenze varie

Ennesima riflessione sulla perdita degli apprendimenti, ennesimo discorso che fa della scuola una catena di montaggio ed una industria finalizzata alla produzione di capitale umano. Ennesimo punto di vista di maestri del pensare che nella scuola tutt'al più sono stati alunni

Esiste una categoria di maîtres à penser che -non avendo un lavoro specifico nella vita- si inventano come “esperti” di qualche settore, dove ovviamente non hanno mai lavorato e di cui hanno, forse, qualche vaga conoscenza da letture sparse (se avessero un fondamento epistemologico sistematico, allora sarebbero quanto meno dei validi teorici).
Da qualche anno esistono i cosiddetti “esperti in politiche scolastiche”.
Un esempio? Marco Campione.

Marco Campione (Pisa 1971) vive tra Milano e Roma. Dopo aver lavorato nella formazione aziendale per alcuni anni, fonda una società di consulenza alla Pa. Si occupa di contrasto alla dispersione scolastica, di orientamento degli studenti e di assistenza tecnica a Regioni e Ministero, in particolare per la gestione dei Fondi Pon. Dal 2014, cede le sue quote per mettere le sue competenze al servizio del Paese. Lavora per i governi Renzi e Gentiloni: è capo della segreteria dei sottosegretari Miur Reggi e Faraone e poi nella segreteria tecnica della ministra Fedeli. In questa veste ha dato un contributo significativo alla redazione della legge 107/2015 (la c.d. Buona Scuola), seguendo poi i dossier relativi alle deleghe.

Ho preso la biografia che di lui ci fornisce il sito IlSussidiario.net, ma sappiamo anche che il nostro non-insegnante, non-dirigente scolastico, non-uomo della scuola è animatore, insieme ad altri aficionados della parola in libertà del gruppo cosiddetto Condorcet – Ripensare la scuola.

Ora, l’ultima tesi del nostro (pubblicata su Il Foglio del 15 febbraio 2021) sostiene ancora il tormentone della perdita degli apprendimenti, spingendosi oltre, ovvero sul fatto che esistano e possano essere quantificate percentuali di ritardo sui progressi previsti per l’anno scolastico in corso: in America la stima è del 35-40% e in Olanda del 20% …
Per questo si farebbe bene a smettere di discutere della prova di maturità, che rappresenta “un rito di passaggio con nessuna rilevanza per la conoscenza del sistema scolastico (ricordiamo che le scuole con più 100 alla maturità sono regolarmente quelle con le peggiori performance nei test standardizzati), ma che sembra costituire un totem irrinunciabile. Un totem che, peraltro, riguardo solo poco più di 400.000 ragazzi l’anno su un totale di quasi 8 milioni che attendono risposte alla crisi dovuta alla pandemia”, per concentrarci invece sulla somministrazione a tappeto dell’Invalsi in modo da quantificare la perdita degli apprendimenti/progressi ed agire di conseguenza con la reale formazione dei docenti (obbligatoria, perché è evidente a Campione che i docenti NON si formano e aggiornano a dovere) e soprattutto l’innovazione digitale.
Basterebbe questo brillante passaggio argomentativo per affermare che chi scrive queste sciocchezze non solo non capisce nulla di scuola che ovviamente confonde con un’azienda (“progressi” previsti? come in una catena di montaggio …), ma ha anche le idee confuse sulla didattica, la pedagogia e, quel che peggio per un esperto di politiche scolastiche, sul ruolo della scuola.

Lo ripeto:

  1. non esiste una perdita di apprendimenti, perché non esiste un obiettivo quantitativo finale da raggiungere. Possiamo dire che esistono profili d’uscita degli alunni, orizzonti d’attesa, ma non possiamo oggettivamente parlare di un sapere quantificato che certifica il passaggio alle classi successive. La didattica, come la pedagogia, individua strategie, non riempie con imbuti. Il ruolo della scuola è quello di fornire agli studenti strumenti per la lettura della vita quotidiana.
  2. i saperi sono connessi alle competenze: il lavoro svolto dagli insegnanti e dagli alunni in questi mesi ha acceso altre competenze, sollecitando anche altri saperi, non è stata una perdita di tempo o di conoscenze, ma un investimento (uso un termine che anche Campione potrebbe capire, anche se immagino che attribuirà un significato differente). Del resto i docenti non lavorano secondo programmi, ma indicazioni nazionali all’interno delle quali adattano i percorsi di apprendimento agli alunni che hanno di fronte.
  3. l’Invalsi in questo momento non serve: sappiamo bene qual è la situazione in Italia, gli insegnanti lo sanno, i dirigenti lo sanno, i collegi docenti lo sanno. E volendo lo sanno anche Ministero e governo, che però non investono in organici, formazione e edilizia scolastica come si dovrebbe. Serve ripensare l’Invalsi, farne uno strumento di monitoraggio su un campione (con la c minuscola, ma determinante) che alleggerisca la scuola da tanta burocrazia e fornisca strumenti per valutare NON il sistema scolastico, ma chi gestisce il Ministero e alla fine il Parlamento stesso che ha potere legislativo anche in materia scolastica. E poi l’Invalsi in sé non copre tutto il mondo dell’educazione e formazione nazionale, in quanto lascia fuori, per esempio, la formazione professionale che invece dovrebbe essere coinvolta in logiche di apprendimenti, orientamento e soprattutto lotta alla dispersione scolastica. Ma questo è un discorso a parte che spero di sviluppare quanto prima.

Capitolo a parte la maturità, che non è un metro per graduare le scuole, ma rappresenta il momento culminante e finale del percorso di un singolo alunno, la fine di un ciclo scolastico che è anche fine di una vita, metamorfosi verso la vita adulta.
La maturità è una tappa fondamentale nella vita di un adolescente, molto più di mille graduatorie e classifiche: quel giorno, quel voto, quell’ambiente, quei compagni, quegli insegnanti e quell’esperienza formeranno le donne e gli uomini di domani, serviranno a dare un senso ad una prima parte della propria vita.
Finché non si esce dal cliché bacato e malato della scuola come ambiente competitivo, del sistema scolastico come sistema produttivo, della comunità scolastica come semplice e becero capitale umano, i nostri maîtres à penser topperanno sempre, scriveranno pagine sul nulla.

P.S. L’altro autore dell’articolo è Francesco Luccisano che così si autodescrive nel sito di Al Lavoro di cui è cofondatore:

Classe 1982. Gli ultimi dieci anni li ha passati tra il mondo dell’energia – Enel e ora api – e il Governo – è stato membro dell’Ufficio Sherpa G8 a Palazzo Chigi, membro della Segreteria del Ministro degli Esteri Emma Bonino e Capo della Segreteria Tecnica al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, dove si è occupato della riforma della scuola. È fiero di aver reso obbligatoria in Italia l’alternanza scuola lavoro. È stato presidente di Rena. Si occupa di policy making con un occhio particolare sui temi dell’istruzione e del lavoro.

Morale: in due, neanche un giorno da insegnante, da dirigente scolastico, da ATA, neanche un giorno nella scuola se non, immagino, da alunni … forse qualche giorno da burocrate, e si vede.
Eppure, sono “esperti di politiche scolastiche”.

P.S. (2) Quando leggo certi articoli, mi viene da pensare quanto siamo estremamente generosi nell’applicazione dell’art.21 della Costituzione (libertà di pensiero e di espressione).
Vero che i maîtres à penser li creiamo noi: dovremmo avere il coraggio anche di disfarcene, per pulizia e correttezza intellettuale.


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

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