I programmi non esistono più! (lo sa perfino Batman)

Quando sentite un docente lamentarsi perché è “indietro col programma” oppure un genitore che dice “nella classi di mio figlio stanno facendo un altro programma”, oppure quando sentite dire che è necessario prolungare il calendario scolastico per “recuperare il programma”, sappiate che c’è un errore di fondo (normativo e pedagogico) che purtroppo affligge anche la politica ed i benpensanti convinti che fare scuola sia sommare saperi, raggiungere traguardi e non formare competenze e cittadini.

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Sconfiggiamo una delle fake news più diffuse nell’opinione pubblica, ma purtroppo anche fra gli addetti ai lavori: i programmi (scolastici) non esistono più!
E da un bel po’, dal momento che l’attività didattica attuale si fonda sulle Indicazioni nazionali del 2012.

I programmi nazionali sono stati sostituiti dalle Indicazioni Nazionali, per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado e per le scuole secondarie di secondo grado (diversi per licei e istituti tecnici e professionali).

Cosa cambia?
Le Indicazioni, rispetto ai programmi,
– non sono prescrittive,
– non indicano gli argomenti che devono essere studiati dalle scuole di tutta Italia
– non impongono in quali classi devono essere affrontate certe tematiche.

In sostanza aprono ad un’idea di flessibilità dell’insegnamento che non è focalizzato sui contenuti, ma sulle competenze e sui profili di uscita:

Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione. Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato.

Significa che i docenti devono organizzare una proposta formativa che tenga conto della complessità e della varietà delle intelligenze che incontrano (gli alunni) e devono definire e realizzare strategie educative e didattiche tenendo conto della singolarità della persona.
Concretamente questo indica un rovesciamento della prospettiva, un cambio di direzione significativo: non è l’alunno, soprattutto quello con maggiori difficoltà, a fare di tutto per mettersi in pari con un programma ormai morto da un decennio, ma sono i docenti che devono modellare la propria proposta formativa tenendo in considerazione i bisogni, speciali e non, dei bambini che si trovano davanti.

Non per contenuti, ma per competenze.

Perciò, quando sentite un docente lamentarsi perché è “indietro col programma” oppure un genitore che dice “nella classi di mio figlio stanno facendo un altro programma”, oppure quando sentite dire che è necessario prolungare il calendario scolastico per “recuperare il programma”, sappiate che c’è un errore di fondo (normativo e pedagogico) che purtroppo affligge anche la politica ed i benpensanti convinti che fare scuola sia sommare saperi, raggiungere traguardi e non formare competenze e cittadini.

Lo sa anche Batman!


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