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L’idea di scuola del ministro Patrizio Bianchi: buone proposte, ma alcune pessime

L'analisi dei punti cardine del libro del ministro evidenzia una pericolosa visione più da economista che da pedagogo. Formare il capitale umano, non i futuri cittadini

Il neo ministro Patrizio Bianchi ha preparato il terreno del suo mandato pubblicando un libro per l’editore Mulino uscito a ottobre dell’anno scorso: Nello specchio della scuola.

In un certo qual senso quel saggio rappresenta il manifesto ideologico del nuovo padrone di casa di Viale Trastevere, e possiamo dire che sotto molti aspetti ci sono tante idee che meriterebbero di essere realizzate.

Nell’ultimo capitolo del libro gli interventi necessari da fare oggi sono così sintetizzati:

Contrasto alla povertà educativa e dispersione scolastica

• Formulazione di un piano nazionale contro la dispersione, per recuperare chi ha abbandonato o rischia di abbandonare la scuola;
• Rilancio dell’istruzione e della formazione professionali, per diffondere una base di competenze adatte alla nostra epoca e ridurre lo spreco di talenti;
• Un piano di alfabetizzazione digitale, come punto di partenza di percorsi di formazione permanenti che coinvolgano l’intera popolazione;
• Riformulazione e rilancio dell’autonomia scolastica.

Sostegno all’autonomia e al territorio
• Impiego di risorse finanziarie e umane adeguate e un nuovo piano nazionale di edilizia scolastica, al passo con i nuovi bisogni educativi;
• Ridefinizione dei rapporti tra amministrazione centrale, regioni, comuni e province;
• Realizzazione di un piano per il diritto allo studio e per l’accesso alle nuove tecnologie;
• Ridefinizione dei contenuti, dei curricula e durata degli studi;
• Preparazione e valutazione di insegnanti, docenti e personale;
• Partecipazione delle famiglie e rilancio degli organi collegiali.

Bianchi evidenzia come i tagli alla scuola pubblica della storia recente italiana siano stati un errore fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui la competizione internazionale si gioca proprio sul capitale umano, sottolineando come rafforzare l’istruzione sarebbe stato di enorme aiuto a uscire dall’emergenza pandemica.

Premessa corretta (taglio degli organici = taglio alla possibilità di accesso alla scuola), conclusioni sbagliate perché lette, da economista, in un’ottica di competizione, di prodotto e di capitale.

Ci sta poi un’idea di fondo che non si può condividere, cioè la necessità dell’istruzione di formare lavoratori qualificati ed esseri umani capaci di coltivare la propria indole in senso civile, intellettuale e spirituale, concentrandosi poi sul nesso tra sviluppo, capitale umano e crescita economica.

Ovvero la solita idea della scuola al servizio del mondo del lavoro e non della persona, dell’individuo, come motore di miglioramento culturale, civile e morale della società intera.

Nella sua visione sono centrali

  • il rafforzamento degli istituti professionali e dell’autonomia scolastica,
  • il passaggio dell’obbligo scolastico da 16 a 17 anni
  • la riduzione a 4 anni del percorso di istruzione superiore, secondo il modello tedesco e scandinavo.

Bianchi punta nel suo libro sull’importanza del rafforzamento della formazione professionale come soluzione contro l’abbandono scolastico: non sarebbe in sé un’idea malvagia, ma più che altro io avrei puntato su una buona ed efficace attività di orientamento. Al contrario Bianchi sottolinea la necessità di accrescere il prestigio degli istituti professionali, correggendo il licealismo dell’istruzione italiana: gli studenti potrebbero acquisire la prima qualifica professionalizzante a 16 anni, garantendo l’attivazione immediata di tirocini formativi nelle aziende, per poter facilitare l’accesso all’ambito lavorativo a chi abbia la necessità o la volontà di terminare gli studi in anticipo. Dando però poi la possibilità di proseguire gli studi anche in un secondo momento, attraverso l’iscrizione a un Its (Istituto tecnico superiore), cioè un corso triennale post secondario ad alta specializzazione (non a caso fortemente sponsorizzato nel PNRR e a suo modo anche da Mario Draghi).

Di conseguenza per Bianchi si dovrebbe procedere ad una riduzione a 4 anni dell’istruzione superiore, riducendo tutto il percorso scolastico da 13 a 12 anni al fine di accelerare i tempi di accesso all’università e al mercato del lavoro, e allineando gli studenti italiani agli standard dei colleghi europei.

Si tratta di un’idea e proposta non nuova che mi lascia fortemente perplesso, perché si dovrebbero rivedere le politiche attive per i giovani che si vogliono inserire nel mondo del lavoro e l’accesso all’Università, ma si dovrebbe anche coerentemente allora estendere l’obbligo scolastico non a 16 anni, ma a 18 in modo da coprire tutto il periodo scolastico.

Questa riduzione poi non dovrebbe essere legata ad una diminuzione del tempo scuola, ma ad una rimodulazione degli insegnamenti da concentrare a parità di tempo scuola negli ultimi due anni, per esempio (come succede in gran parte dei modelli europei).

Va studiata, soprattutto da un punto di vista pedagogico-didattico: cosa ci guadagnano gli alunni nel loro percorso di crescita a fare un anno in meno? L’anno in meno in termini di tempi si può “spalmare” nell’arco del terzo e quarto anno aumentando il tempo scuola?

Nello stesso tempo, per evitare di dover condensare i programmi previsti attualmente e peggiorare l’offerta formativa, Bianchi parla della necessità di una “ridefinizione dei curricula”. In particolare accenna all’inserimento di quelle materie che definisce “Campus” cioè computer e coding, arte e musica, “public life” e sport “inteso come educazione alla conoscenza del proprio corpo”.

Queste modifiche toccano chiaramente l’autonomia scolastica, rallentata, come nota il ministro, dalla burocrazia del sistema di istruzione. Per Bianchi, l’autonomia significa definizione degli obiettivi nazionali da raggiungere da parte degli studenti, fornendo nel contempo a ognuno gli strumenti necessari e le risorse per poterli raggiungere. 
Riaprire il cantiere Autonomia scolastica” ha detto il ministro in un’intervista alla rivista Education 2.0 “vuol dire più che mai riaprire il dialogo con il territorio attraverso Patti educativi di comunità, che ristabiliscano la passione collettiva di una comunità per la propria scuola e nel contempo la partecipazione e condivisione di una scuola che venga vista come luogo dell’integrazione e dell’inclusione sociale come base di un nuovo sviluppo”.


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

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