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E’ morto Antonio Pennacchi, scrittore “fasciocomunista”

Scrittore noto per "Canale Mussolini", ha al suo attivo molti romanzi di notevole interesse. Un'altra grave perdita

Non sono mai stato un grande fan di Antonio Pennacchi, però devo dire che a piccole dosi ho apprezzato molte sue idee (quelle nei romanzi, perché le esternazioni pubbliche mi hanno lasciato molto perplesso) e lo stile asciutto della sua prosa.

In particolare, da sindacalista, ho letto volentieri Mammut, qui così recensito da Serena Adesso in Mangialibri:

Benassa è un uomo alto, capelli corti e barba sempre lunga. È il capo storico della Supercavi, la fabbrica più importante di Latina, leader indiscusso e rispettato degli operai, vicino ai lavoratori, collabora con i sindacati perché crede fermamente nell’unione delle forze operaie e sindacali per difendere i diritti dei dipendenti. Eppure Benassa è stanco, terribilmente provato, sfinito. Come se tutti gli anni di lotte, le occupazioni, le manifestazioni, avessero lasciato un segno indelebile su di lui, l’avessero privato per sempre dell’entusiasmo. Le grandi fabbriche stanno chiudendo, la classe operaia è sempre più parcellizzata, i sindacati non sono più uniti. Il mondo che Benassa ha conosciuto, quello per cui si è speso ed ha lottato semplicemente non esiste più. Che cosa gli resta da fare? Accetta la proposta della dirigenza della Supercavi: due anni a casa a stipendio pieno per scrivere un libro che abbia come soggetto la storia della fabbrica. La scelta è difficile e i colleghi non possono che cominciare una lunghissima riflessione ed una vera e propria presa di coscienza di ciò che sta accadendo…
Nel 1994 la casa editrice Donzelli ha pubblicato per prima volta Mammut, ora ripubblicato integralmente e senza modifiche dalla Mondadori. Pennacchi non era così famoso come lo è diventato dopo il celebre Canale Mussolini, vincitore del premio Strega nel 2010. Lo stile è diverso da quello del Pennacchi maturo: più frammentario, disgregato, più rabbioso quasi in alcuni passaggi. Nella sua nota introduttiva – densissima e molto interessante – l’autore narra tutta la difficoltà della stesura della sua prima opera, i rifiuti costanti degli editori, la sua voglia di provarci nonostante tutto. È un raccontarsi, un mettere a nudo i propri sogni e le mille difficoltà della vita quotidiana di chi, come Pennacchi, continuava a lavorare in fabbrica e a scrivere: uno scritto intenso quanto se non più del romanzo stesso. In Mammut c’è il ricordo, che si tramuta in vera e propria nostalgia, degli anni ’70-’80, delle lotte sindacali, di un’Italia che non c’è più. Benassa è l’alter ego dell’autore: un intellettuale divenuto tale per obbligo e per disperazione, un uomo che ha conosciuto la solitudine e che ha pagato – giorno per giorno – il prezzo delle sue idee. “E poi io credevo a una cosa. Avevo in testa un mito. Un’idea. Purtroppo la storia è andata avanti: la classe operaia, come classe che doveva dirigere tutto, come diceva Marx… oramai è una specie in via d’estinzione. Anche numericamente. Come il lupo… Ci siamo estinti già da un pezzo. Come il bisonte dell’Europa. Come i Mammut”.

Leggi altre recensioni su Antonio Pennacchi in Mangialibri


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