Il pericolo di una Scuola a latitudini variabili: poche idee (e confuse) sul ritorno in aula a gennaio

Il Consiglio dei Ministri di oggi dovrebbe prendere decisioni in merito alla possibilità di trasferire in DDI (Didattica Digitale Integrata), o se si preferisce DAD (Didattica a Distanza), la ripresa delle lezioni dopo la sospensione legata alle festività natalizie e di fine anno. Dovrebbe, infatti, essere una decisione che coinvolga tutto il territorio nazionale, per evitare i rischi di geometrie a latitudini variabili dovuti alla autonomia delle Regioni.

Certo la curva dei contagi da Covid (ieri 170mila casi, con un tasso di positività del 15%) suggerisce molta prudenza, tuttavia quello della ripresa “a distanza” sembra essere la soluzione più comoda per nascondere l’incapacità gestionale di questi lunghi mesi di pandemia sanitaria.

Nel gioco dei rimpalli di responsabilità, le Regioni ed il Governo sono colpevoli di aver puntato tutto sulla campagna vaccinale, senza aver previsto investimenti ragionevoli per organici, spazi, trasporti, anzi il Ministero (in accordo col CTS) ha addirittura reso discrezionale il distanziamento di 1 metro, adducendo che la soluzione la si trova facendo areare più spesso i locali.
Quello che serve oggi invece, se la Scuola è davvero al centro delle politiche trasversali di tutti i partiti, è dare vita ad un piano nazionale, con declinazione territoriale, che preveda un canale privilegiato per le attività didattiche: bisogna, cioè, implementare i trasporti per assicurare agibilità esclusive per la Scuola evitando il caos dei doppi e tripli turni, ma anche della DAD generalizzata.

E’ così difficile pensare che per un certo periodo tutte le attività lavorative iniziano dopo le 11? Che i supermercati aprono alle 15 per chiudere alle 23? Che tutta la PA sia organizzata con la modalità del “lavoro agile”? Che i trasporti dalle 6 alle 9 e dalle 12 alle 15 siano dedicati esclusivamente agli alunni ed al personale scolastico?

A questo tipo di organizzazione si devono aggiungere anche misure di tutele per i genitori lavoratori che quindi sarebbero asincroni rispetto alla vita scolastica dei figli. Sto parlando della creazione concreta di uno Stato Sociale che guardi all’istruzione come bene primario e dal quale poi discendano per logica conseguenza le organizzazioni logistiche, lavorative e sociali di tutto il resto.

Il punto però è proprio questo: se la Scuola è davvero una priorità, allora il resto del mondo lavorativo deve adeguarsi ai ritmi della Scuola. E non viceversa (già circolano le voci di prolungamenti dei calendari scolastici).
Se la Scuola è una priorità, allora si deve investire prima negli organici, negli spazi, nei presidi di sicurezza, nello sdoppiamento delle classi e poi pensare a tutto il resto.

La realtà è ben diversa, purtroppo, e il Governo dei Migliori, impegnato in questo momento negli accordicchi per l’elezione del Presidente della Repubblica, continua le politiche propagandistiche al risparmio di chi li ha preceduti.


ci sto lavorando!
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