Un re non muore – corso letterario di scacchi, di Ivano Porpora [Utet 2021]

C’è una differenza sostanziale fra uno spingilegno e un giocatore di scacchi, la stessa che c’è fra uno scrittore e un artista della parola. All’inizio c’è quel bianco, quella scacchiera così regolare, così confortevole e confortante perché ha uno spazio da riempire, uno spazio creativo.

Non c’è foto migliore per far capire il gioco degli scacchi di quella scattata nel 1966 da Robert Descharnes a Salvador Dalì e Marcel Duchamp: scattata dal basso, da sotto la scacchiera, mentre i due sfidanti si accovacciano per muovere i loro pezzi nascosti alla prima vista dell’osservatore: una composizione intima, come la performance dello stesso Duchamp immortalato mentre gioca con Eve Babitz completamente nuda, forte, che racchiude il momento in cui due persone entrano davvero a contatto, collaborano per un’opera d’arte, parlano una lingua che per altri non esiste. Come la scrittura, la partita a scacchi è una performance artistica, che nasce da un momento, un attimo, un confronto (la partita appunto), fra due spiriti creativi, nella sua irripetibilità: “Gli scacchi sono una delle poche arti in cui la composizione si realizza contemporaneamente alla performance” (G. Kasparov). Gli scacchi sono un’esperienza sensoriale omnicomprensiva, che tiene insieme tutto e si basa su alcuni riti, come quello del fumo della sigaretta del giocatore che si intreccia con i suoi pensieri più remoti, nei piccoli tic: quel momento di concentrazione assoluta nasconde dietro l’imperturbabilità dello sguardo, la fredda e calcolatrice forza d’impatto del giocatore che si scontra con i suoi limiti e soprattutto con la gioia, che si misura con l’infinito. Come nel momento immortale di una creazione artistica. Ci sono diverse possibilità per chiudere una partita: vincere, pattare, essere sconfitto o arrendersi. In tutti i casi, comunque, la partita non finisce mai e un attimo dopo aver spinto l’ultimo pezzo, esce spontanea la domanda: “Un’altra?”…

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