L’idea di scuola del ministro Patrizio Bianchi: buone proposte, ma alcune pessime

Il neo ministro Patrizio Bianchi ha preparato il terreno del suo mandato pubblicando un libro per l’editore Mulino uscito a ottobre dell’anno scorso: Nello specchio della scuola.

In un certo qual senso quel saggio rappresenta il manifesto ideologico del nuovo padrone di casa di Viale Trastevere, e possiamo dire che sotto molti aspetti ci sono tante idee che meriterebbero di essere realizzate.

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Rubinetti della conoscenza, disuguaglianze sociali e perdita degli apprendimenti

Più vado a fondo con le letture sulla perdita degli apprendimenti (learning loss) e più mi convinco che chi cita gli esempi americani o lo fa in malafede o non sa leggere !
Di fatto quello che hanno fatto negli Stati Uniti per misurare la perdita di apprendimenti estivi (Summer Learning Loss) è stato sottoporre gli stessi gruppi di studenti a due test: uno prima della fine dell’anno scolastico e uno subito dopo le vacanze estive.

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Uno studio (lapalissiano) dell’Invalsi che adesso deve portare ad interventi politici chiari

L’Invalsi ha elaborato alcuni dati del 2019 sulle dotazioni, e quindi opportunità, informatiche degli studenti, in epoca pre-Dad. I risultati dell’indagine, riportati da Il Sole 24 ore, non mi sembrano sconvolgenti, ma devono sicuramente far riflettere non solo l’opinione pubblica, ma soprattutto il decisore politico.

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Lazio first, diritti a geografia variabile: si vaccinano solo i residenti

Desta non poche perplessità la notizia di vaccinazioni solo per residenti e non per i pendolari da una regione all’altra.
Accade stavolta nel Lazio (non in una qualunque regione a marca leghista dell’operoso Nord) dove dalla mattina di lunedì 22 febbraio insegnanti e dipendenti della scuola cominceranno quindi a farsi somministrare la prima dose di vaccino recandosi nelle varie sedi ospedaliere e Asl indicate dalla stessa Regione, ma non potranno farlo, però, tutti coloro che lavorano nella Regione mantenendo la residenza altrove e non si sono nemmeno associati con un medico di base del Lazio: si tratta di almeno 10 mila lavoratori, non necessariamente precari, con appartamento in affitto o pendolari.

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Ricostruire il tempo, non restituirlo

Fra gli interventi più sensati sulla querelle del prolungamento del calendario scolastico à la recherche du temps perdu, mi pare che l’intervista al Dirigente Scolastico dell’IC di Vo’ Euganeo (PD), Alfonso D’Ambrosio, comparsa su “La Repubblica” di oggi, sia il più lucido nell’analisi delle criticità di un possibile provvedimento in questo senso.

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I programmi non esistono più! (lo sa perfino Batman)

Sconfiggiamo una delle fake news più diffuse nell’opinione pubblica, ma purtroppo anche fra gli addetti ai lavori: i programmi (scolastici) non esistono più!
E da un bel po’, dal momento che l’attività didattica attuale si fonda sulle Indicazioni nazionali del 2012.

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Parola di Mario Draghi (cosa dice sulla Scuola)

Mario Draghi è uomo di poche parole, l’abbiamo capito: senza account social, senza la passione di essere in TV, senza la passione di interviste radio o cartacee. I suoi affari li sbriga di persona, in riunioni ufficiali o ufficiose, senza mandarle a dire. Tutto quello che è trapelato è da imputare a indiscrezioni o fughe di notizie, ma senza dubbio non a Mario Draghi.

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Cominciamo male, mr. Draghi: ITS, non ITIS!

Nel suo intervento per la fiducia al Senato, Mario Draghi, punta di diamante di un governo dei migliori!, ha enunciato i principi del programma del suo governo includendo a grandi linee anche per la Scuola, ma compiendo uno scivolone concettuale che chiarisce fin da subito che anche chi gli dà suggerimenti non sa molto del sistema scolastico.

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Sistema nazionale di valutazione: tutto da rifare

Continuano a mezzo stampa le dichiarazioni di principio dei sostenitori, per lo più “esperti di politiche scolastiche”, della necessità, a maggior ragione quest’anno, della somministrazione delle prove Invalsi per “misurare la consistenza della perdita degli apprendimenti” legati al periodo di sospensione di didattica in presenza con il conseguente passaggio alla didattica a distanza.

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Più Invalsi, meno maturità? Maîtres à penser dalle competenze varie

Esiste una categoria di maîtres à penser che -non avendo un lavoro specifico nella vita- si inventano come “esperti” di qualche settore, dove ovviamente non hanno mai lavorato e di cui hanno, forse, qualche vaga conoscenza da letture sparse (se avessero un fondamento epistemologico sistematico, allora sarebbero quanto meno dei validi teorici).
Da qualche anno esistono i cosiddetti “esperti in politiche scolastiche”.
Un esempio? Marco Campione.

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Europa e Covid a scuola. Facciamo chiarezza

In un’Europa alle prese con la terza ondata di Covid-19, ora a far paura sono soprattutto le varianti – britannica, sudafricana e brasiliana – ma da un Paese all’altro la pandemia ha avuto ripercussioni diverse sulle scuole. Oltre alla decisione dei rispettivi governi di lasciarle aperte o chiuderle, sono in vigore protocolli sanitari ad hoc, ma ovunque la posta in gioco è alta sia in termini sociali che pedagogici.

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Più autonomia scolastica (e quindi più valutazione di sistema) nel programma del ministro Bianchi

Nello specchio della scuola è il titolo del recente volume di Patrizio Bianchi, da oggi Ministro dell’Istruzione del Governo Draghi.
Bianchi è docente ordinario di Economia applicata e titolare della cattedra Unesco in educazione, crescita ed uguaglianza presso l’Università di Ferrara.

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La previsione delle prove Invalsi è un accanimento valutativo, non un ritorno alla normalità

Nonostante ancora non ci siano i piani del nuovo governo (che auspico si formi al più presto considerate tutte le scadenze al momento congelate), continua in modo abnorme una polemica strumentale creata ad arte intorno alla scuola ed agli insegnanti: prima il recupero delle lezioni non date attraverso un prolungamento del calendario scolastico anche a giugno e adesso la presunta necessità di prevedere comunque la prove Invalsi per misurare gli apprendimenti persi.

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Se il buongiorno si vede dal mattino: prolungare il calendario scolastico!?

L’abbiamo già vissuta e l’abbiamo già aspramente commentata l’idea, stavolta data come proposta del Presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi, di prolungare il calendario scolastico fino al 30 giugno per recuperare il tempo perso con la didattica a distanza.

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Webinar sulla “Valutazione descrittiva”

Le recenti modifiche di legge hanno permesso il ritorno, alla scuola primaria, della valutazione di tipo discorsivo-descrittivo: riteniamo che sia un notevole passo avanti (anche se si tratta di un ritorno al passato) per una valutazione ed autovalutazione più pregnante, efficace e veramente utile agli insegnanti, ma soprattutto agli alunni che sono all’inizio del loro viatico scolastico.

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Il Movimento 5 Stelle toglie la Scuola e l’istruzione dall’agenda del possibile governo

Dopo tanti strombazzamenti e probabilmente soddisfatti (???) dall’operato di Lucia Azzolina, i punti di interesse (le famigerate “fragole mature”) di Beppe Grillo prevedono interventi per industria, piccoli e medi imprenditori, inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, ma -smentitemi se sbaglio- non si dice nulla della Scuola, dell’Università, dell’AFAM e della Ricerca

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Ci risiamo: ancora graduatorie inutili per consigli di incompetenti

Andrea Gavosto e la Fondazione Giovanni Agnelli, di cui mi è capitato di scrivere già in altre occasioni, anticipando gli esiti di una ricerca condotta in collaborazione con l’Invalsi, non hanno resistito alla possibilità di fornire per l’ennesima volta un parere non richiesto ed hanno sentenziato sulla formazione e sul reclutamento del personale docente, senza averne contezza de competenza.

Una cosa sono le ricerca, di natura scientifica, altra sono invece gli inutili proclami che gettano fango e basta.

Ciò che più dispiace di questa operazione è la mancanza di competenze e conoscenze dirette da parte di chi si arroga il diritto di parlare di Scuola.

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Un anno di Lucia Azzolina … siamo al capolinea. E dopo?

Circa un anno fa si consumava il passaggio di testimone fra Lorenzo Fioramonti (pochi mesi, poco incisivi) e Lucia Azzolina / Gaetano Manfredi: già, perché un anno fa si scioglieva il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università Ricerca) per dare vita al MI (Ministero dell’Istruzione) e MUR (Ministero Università Ricerca).
In piena crisi politica, si prospetta un nuovo esecutivo che potrebbe non includere Lucia Azzolina nel Consiglio dei Ministri: il suo dicastero è stato indubbiamente uno dei più discussi e controversi.
Come mai? Proviamo ad elencare le criticità che ne hanno determinato il fallimento.

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La politica sia al servizio dei cittadini

La piattaforma comunicativa Collettiva ha ospitato oggi una serie di interventi dei segretari generali di tutte le categorie del mondo del lavoro per una valutazione sulla crisi di governo oramai in atto.
Di seguito riporto gli interventi di Francesco Sinopoli (FLC CGIL), per l’Istruzione e Ricerca, e di Serena Sorrentino (FP CGIL), per il pubblico impiego.

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Cosa c’è e cosa invece ci si aspetta dal Recovery Plan per la Scuola

Con tutti i limiti e con tutti i vincoli di spesa posti dalla natura di questi finanziamenti, l’importo (17 miliardi) e la destinazione dei fondi del Recovery Plan per il settore dell’Istruzione è insoddisfacente, nel merito e nel metodo.

Gli aiuti del Recovery Fund hanno delle condizionalità, come previsto per il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), ovvero la coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro. Anche l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva. (A 19, Conclusioni finali del Consiglio Europeo di luglio).

Il primo 70 per cento delle sovvenzioni verrà impegnato entro la fine del 2022 e speso entro la fine del 2023. Il piano prevede inoltre che il restante 30 per cento delle sovvenzioni sarà speso tra il 2023 e il 2025. 

La quarta missione del nostro Recovery Plan riguarda proprio l’istruzione, l’università e la ricerca, per un totale di 28 miliardi di cui 17 sono utilizzati per la Scuola, con una duplice finalità:

  • potenziare gli apprendimenti scolastici
  • favorire il passaggio dalla scuola all’impresa

Ecco, subito la prima criticità: “dalla scuola all’impresa” nasconde un ritorno indietro alla “Buona Scuola” ed a quella visione della scuola come anticamera dell’ingresso nel mondo del lavoro.
Ma andiamo oltre e vediamo come si declinano queste proposte:

  • Aumentare l’offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e favorirne una distribuzione
    equilibrata sul territorio nazionale
  • Ampliare le opportunità di accesso all’istruzione e contrastare l’abbandono
    scolastico e la povertà educativa
  • Migliorare i risultati e i rendimenti del sistema scolastico
  • Potenziare la formazione e il reclutamento del personale docente
  • Potenziare la didattica in particolare in discipline STEM, linguistiche e digitali anche
    attraverso una maggiore autonomia scolastica
  • Istituire un Fondo per la riduzione dei gap dell’istruzione e per facilitare la diffusione
    del tempo pieno su tutto il territorio nazionale
  • Rafforzare la formazione professionale secondaria e universitaria, l’apprendistato
    professionalizzante e gli investimenti in formazione terziaria
  • Ridurre lo squilibrio di competenze tra domanda e offerta di lavoro

Provo però un’analisi di alcuni punti che suscitano in me molte perplessità e che rischiano di essere l’ennesimo buco nell’acqua.

Potenziamento del settore 0-6 – In soldi significa destinare 3,6 mld per asili nido e servizi integrati e 1 mld per potenziare le sezioni primavera e scuola dell’infanzia. Ma come? Contestabile la finalità di questo potenziamento per sottrarre le donne dal lavoro di cura e diffondere la parità di genere: contestabile perché significa che non abbiamo l’obiettivo di “educare alla scuola”, ma di creare dei parcheggi affidati a chiunque del terzo settore purché i bambini liberino i genitori per farli lavorare.
E’ inutile girarci intorno: la generalizzazione del segmento 0-6 deve iniziare da riforme culturali e strutturali riguardanti spazi adeguati e risorse umane adeguate numericamente e professionalmente.
In Italia asili nido e scuole dell’infanzia non sono equamente distribuite su tutto il territorio, soprattutto non sono tutte appannaggio dello Stato, ma rientrano spesso in un sistema integrato con gli enti locali o sono lasciate ai privati (soprattutto cattolici). In larga parte del nostro Paese inoltre non ci sono strutture ricettive adeguate ad accogliere la didattica con bambini in età prescolare. Ci vogliono investimenti in formazione ed organico, che non possono essere garantite dal piano del Recovery perché poi impattano sul bilancio ordinario dello stato.
Servono cambiamenti di paradigmi culturali, prima che investimenti a caso.

Lotta alla dispersione scolastica: il principio è corretto, la soluzione è ridicolo, perché a costo zero! Ovvero si prevede la presenza di tutor esterni a supporto delle scuole che presentano maggiori difficoltà nei livelli di apprendimento degli alunni. Ora, al di là dell’errore enorme di ridurre le difficoltà scolastiche ai livelli di apprendimento misurati dai dati Invalsi (che sono una fotografia parziale di un determinato momento e non una analisi della complessità del contesto in cui le scuole operano), ci si aspetta investimenti sui settori maggiormente toccati dalla dispersione scolastica, ovvero la secondaria di I e di II grado, dove andrebbe aumentato il tempo scuola per coinvolgere i ragazzi in progetti oltre il curricolare. Non servono tutor, servono strutture ed organico. Per esempio bisogna investire per ridurre il numero massimo di alunni per classe (soprattutto nelle medie e nei professionali), in modo da garantire una didattica maggiormente personalizzata ed una vera autonomia organizzativa per le scuole.

Formazione del personale: si prevedono 400 milioni per la formazione in STEM e didattica digitale per 300 mila fra docenti ed ATA. Anche qui una grossa contraddizione rispetto al dato di partenza: la formazione come obbligo contrattuale è già prevista, mancano gli investimenti adeguati che non possono riguardare soltanto una parte, minoritaria, del personale. Perché la professionalità della scuola passa attraverso la formazione di TUTTO il personale, dirigente, docente, educativo ed ATA.
E poi l’oggetto della formazione è sbagliato, soprattutto se l’inizio dell’analisi parte dalla costatazione che i nostri studenti “sono piazzati male” rispetto ai dati Ocse-Pisa: Ocse-Pisa “misura” le capacità di comprensione dei testi e scrittura, dunque la formazione NON deve essere orientata verso STEM e strumenti informatici, ma deve interessare la didattica e la pedagogia tout court, semmai.

Ci sono poi alcune impostazioni di fondo che mi lasciano perplesso:

  • il Recovery Plan prevede riforme a traino di un certo peso e definite per legge, quando invece devono essere discusse in sede contrattuale: si parla infatti di carriera dei docenti (la solita solfa del middle management da cui allevare i futuri dirigenti scolastici) e di mobilità
  • il Recovery Plan annuncia una riforma del reclutamento dei docenti : stiamo ancora vivendo
  • il Recovery Plan annuncia una riforma dei professionali/tecnici: ne abbiamo bisogno in questo momento?

Tutti gli interventi sono curvati verso l’università o l’impresa ed hanno di fondo una visione della scuola come azienda (si veda anche la missione 1 dove si parla di pubblico impiego).
Dunque si tratta di un piano deludente che rischia di portare qualche pannicello caldo per qualche lobby, ma non risolve nessun problema concreto della scuola.

Da rivedere! Anzi, da riscrivere!!!


I danni psicologici e sociali della DAD

Il pedagogista Daniele Novara* è intervenuto sul Corriere della Sera del 14 gennaio 2021 fa un elenco, non esaustivo, dei danni psicologici e sociali che stanno subendo gli alunni in DAD, alcuni da quasi un anno.
Molti si concentrano sulle lacune e le perdite di apprendimento, che non ci sono perché la scuola non si è mai fermata.
I nostri ragazzi stanno perdendo il senso della socialità e i contraccolpi di queste chiusure ed incertezze, probabilmente legittime di fronte alla anormalità della situazione d’emergenza, le stiamo già avvertendo, ma saranno davvero evidenti fra qualche mese.

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La scuola-impresa, stella polare del Recovery Fund

Una necessaria premessa: la filosofia del New Public Management (Npm) innerva tutte le proposte del Piano sull’uso del «Recovery Fund». La scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, è la logica di fondo del Npm: il trionfo dell’individualismo anche nel pubblico, incarnato negli standard astratti di valutazione (benchmark) che prendono il posto dell’interesse pubblico.

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Cosa può ancora fare il Ministero dell’Istruzione (e il governo) per la Scuola

Alla fine bisogna essere d’accordo con la ministra Lucia Azzolina (chi l’avrebbe mai detto!), non tanto per la sua preoccupazione sulla DAD che non funziona più (quando ha mai funzionato?), ma sulle responsabilità delle regioni.

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Quattro misure urgenti per la scuola e per il resto del Paese

Riporto di seguito l’intervento di Massimo Mantellini su Internazionale.
Lo premetto: non sono d’accordo!
Cioè sono d’accordo con quella parte di analisi, per la verità del tutto evidente, che sottolinea i ritardi e l’incapacità della politica di fare fronte all’emergenza: l’immobilismo che ha paralizzato l’agire politico è sconcertante per il dilettantismo e l’incapacità organizzativa che stiamo subendo in questi mesi, quasi un anno.
Non sono d’accordo con le quattro proposte, che segnano la sconfitta della scuola in presenza: potenziare la rete, potenziare i repository, acquistare pc e formazione sul digitale sono soluzioni che significano abdicare del tutto alla possibilità di fare della scuola un luogo di aggregazione.
In sostanza significa lasciar perdere la possibilità di migliorare la sanità, il controllo del tracciamento, potenziare i traporti, rafforzare gli organici… mettere cioè la Scuola al centro. A favore di un surrogato di tele-formazione-educazione che invece non funziona, in assoluto, non solo perché ci sono limiti tecnici.
Significa abdicare alla scuola come luogo sociale dell’apprendimento, per esplorare un campo (arido) di apprendimento che potrebbe dare sicuramente frutti in termini di competenze, conoscenze e apprendimenti (digitali soprattutto), lasciando per sempre indietro la scuola come luogo di formazione sociale delle persone.

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Un’indagine sulla Scuola al tempo della DAD

Save The Children e IPSOS hanno presentato una ricerca sull’impatto della DAD (didattica a distanza sugli alunni), con risultati sicuramente scontati, ma non per questo da sottovalutare, soprattutto oggi che è stato rimandato di almeno una settimana la ripartenza in presenza della scuola secondaria di secondo grado.
I ragazzi intervistati hanno parlato di esperienze negative e dispersione scolastica.

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