Formiche

Scrivere una storia intitolata “Una giornata nel mondo”, e così descrivere: come sorga il sole sul Tibet, sul Sahara, su Firenze e su Lima; come si sveglino i bambini, come si sveglino le donne; come si sveglino gli operai; come si spanda l’odore del caffè, del tè, delle uova strapazzate, del sangue di una gallina appena sgozzata, della kasava; come vadano al lavoro i contadini; come si mettano in movimento i muli; come si mettano in moto i treni; i carri armati; come le donne in riva al fiume comincino a fare il bucato; poi il meriggio, la vita che si ferma (ai tropici, nel Ciad nel Mali, nel deserto di Atacama, del Gobi, del Karakum eccetera); come si scolpisca il legno, si modelli l’argilla, si scalpelli la pietra, si martelli il metallo, si sfaccetti il diamante; come si pesti la manioca, si sarchino le patate, si manovri la nave e si piloti l’aereo; come ovunque risuoni qualche macchinario poi il cessare dell’opera, il ritorno dal lavoro; come tutto cali di giri come si avvicini il crepuscolo; la sera; come si accendano i focolari, le luci alle finestre, i lampioni e i neon, l’addome delle lucciole, gli occhi del serpente boa; come arda la savana, come ardano villaggi e città dopo un’incursione; come a Cernobyl si aprano le porte dell’inferno; come ci mettiamo a cena, come guardiamo la tivù; come un bimbetto (cocchino, passerotto, musino) voglia (o non voglia) dormire; ma come, prima o poi, ogni cosa finisca per scivolare nel sonno; prima, però, l’accostarsi dei corpi; come lo si senta; e poi i sussurri, le voci, i richiami, le grida (tutta una torre di Babele di linguaggi, di intonazioni, di suoni, di sonorità, di scongiuri, di bemolle e diesis); il lento ingresso nel buio della notte; l’entrare nel tormento dell’insonnia, nelle visioni e negli incubi, oppure in un sonoro russare, nell’oblio, nei sogni; come la terra sprofondi nel nulla e come, dopo poche ore, con l’alba, ne riemerga.

Ryszard Kapuscinski, Lapidarium