La Scuola abbandonata, l’imbroglio del Governo dei Migliori e l’autarchia delle Regioni

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Domani arriva il giorno della verità: il 10 gennaio riprendono ufficialmente le lezioni in tutte le Scuole d’Italia in un contesto di crisi pandemica critico e senza provvedimenti seri capaci di scongiurare una catastrofe. Proviamo a fare un po’ d’ordine.

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Il ministro estende l’imbroglio del “liceo breve”

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L’estensione della sperimentazione del cosiddetto “liceo breve”, promossa con il decreto del ministero dell’Istruzione n. 344 del 3 dicembre 2021, è un colpo violentissimo al diritto costituzionale all’istruzione.

Finora non c’è stata un’adeguata risposta dei sindacati di categoria e sugli organi di informazione non si sono letti commenti preoccupati.

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Il pericolo di una Scuola a latitudini variabili: poche idee (e confuse) sul ritorno in aula a gennaio

Il Consiglio dei Ministri di oggi dovrebbe prendere decisioni in merito alla possibilità di trasferire in DDI (Didattica Digitale Integrata), o se si preferisce DAD (Didattica a Distanza), la ripresa delle lezioni dopo la sospensione legata alle festività natalizie e di fine anno. Dovrebbe, infatti, essere una decisione che coinvolga tutto il territorio nazionale, per evitare i rischi di geometrie a latitudini variabili dovuti alla autonomia delle Regioni.

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La previsione delle prove Invalsi è un accanimento valutativo, non un ritorno alla normalità

Nonostante ancora non ci siano i piani del nuovo governo (che auspico si formi al più presto considerate tutte le scadenze al momento congelate), continua in modo abnorme una polemica strumentale creata ad arte intorno alla scuola ed agli insegnanti: prima il recupero delle lezioni non date attraverso un prolungamento del calendario scolastico anche a giugno e adesso la presunta necessità di prevedere comunque la prove Invalsi per misurare gli apprendimenti persi.

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Cosa c’è e cosa invece ci si aspetta dal Recovery Plan per la Scuola

Con tutti i limiti e con tutti i vincoli di spesa posti dalla natura di questi finanziamenti, l’importo (17 miliardi) e la destinazione dei fondi del Recovery Plan per il settore dell’Istruzione è insoddisfacente, nel merito e nel metodo.

Gli aiuti del Recovery Fund hanno delle condizionalità, come previsto per il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), ovvero la coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro. Anche l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva. (A 19, Conclusioni finali del Consiglio Europeo di luglio).

Il primo 70 per cento delle sovvenzioni verrà impegnato entro la fine del 2022 e speso entro la fine del 2023. Il piano prevede inoltre che il restante 30 per cento delle sovvenzioni sarà speso tra il 2023 e il 2025. 

La quarta missione del nostro Recovery Plan riguarda proprio l’istruzione, l’università e la ricerca, per un totale di 28 miliardi di cui 17 sono utilizzati per la Scuola, con una duplice finalità:

  • potenziare gli apprendimenti scolastici
  • favorire il passaggio dalla scuola all’impresa

Ecco, subito la prima criticità: “dalla scuola all’impresa” nasconde un ritorno indietro alla “Buona Scuola” ed a quella visione della scuola come anticamera dell’ingresso nel mondo del lavoro.
Ma andiamo oltre e vediamo come si declinano queste proposte:

  • Aumentare l’offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e favorirne una distribuzione
    equilibrata sul territorio nazionale
  • Ampliare le opportunità di accesso all’istruzione e contrastare l’abbandono
    scolastico e la povertà educativa
  • Migliorare i risultati e i rendimenti del sistema scolastico
  • Potenziare la formazione e il reclutamento del personale docente
  • Potenziare la didattica in particolare in discipline STEM, linguistiche e digitali anche
    attraverso una maggiore autonomia scolastica
  • Istituire un Fondo per la riduzione dei gap dell’istruzione e per facilitare la diffusione
    del tempo pieno su tutto il territorio nazionale
  • Rafforzare la formazione professionale secondaria e universitaria, l’apprendistato
    professionalizzante e gli investimenti in formazione terziaria
  • Ridurre lo squilibrio di competenze tra domanda e offerta di lavoro

Provo però un’analisi di alcuni punti che suscitano in me molte perplessità e che rischiano di essere l’ennesimo buco nell’acqua.

Potenziamento del settore 0-6 – In soldi significa destinare 3,6 mld per asili nido e servizi integrati e 1 mld per potenziare le sezioni primavera e scuola dell’infanzia. Ma come? Contestabile la finalità di questo potenziamento per sottrarre le donne dal lavoro di cura e diffondere la parità di genere: contestabile perché significa che non abbiamo l’obiettivo di “educare alla scuola”, ma di creare dei parcheggi affidati a chiunque del terzo settore purché i bambini liberino i genitori per farli lavorare.
E’ inutile girarci intorno: la generalizzazione del segmento 0-6 deve iniziare da riforme culturali e strutturali riguardanti spazi adeguati e risorse umane adeguate numericamente e professionalmente.
In Italia asili nido e scuole dell’infanzia non sono equamente distribuite su tutto il territorio, soprattutto non sono tutte appannaggio dello Stato, ma rientrano spesso in un sistema integrato con gli enti locali o sono lasciate ai privati (soprattutto cattolici). In larga parte del nostro Paese inoltre non ci sono strutture ricettive adeguate ad accogliere la didattica con bambini in età prescolare. Ci vogliono investimenti in formazione ed organico, che non possono essere garantite dal piano del Recovery perché poi impattano sul bilancio ordinario dello stato.
Servono cambiamenti di paradigmi culturali, prima che investimenti a caso.

Lotta alla dispersione scolastica: il principio è corretto, la soluzione è ridicolo, perché a costo zero! Ovvero si prevede la presenza di tutor esterni a supporto delle scuole che presentano maggiori difficoltà nei livelli di apprendimento degli alunni. Ora, al di là dell’errore enorme di ridurre le difficoltà scolastiche ai livelli di apprendimento misurati dai dati Invalsi (che sono una fotografia parziale di un determinato momento e non una analisi della complessità del contesto in cui le scuole operano), ci si aspetta investimenti sui settori maggiormente toccati dalla dispersione scolastica, ovvero la secondaria di I e di II grado, dove andrebbe aumentato il tempo scuola per coinvolgere i ragazzi in progetti oltre il curricolare. Non servono tutor, servono strutture ed organico. Per esempio bisogna investire per ridurre il numero massimo di alunni per classe (soprattutto nelle medie e nei professionali), in modo da garantire una didattica maggiormente personalizzata ed una vera autonomia organizzativa per le scuole.

Formazione del personale: si prevedono 400 milioni per la formazione in STEM e didattica digitale per 300 mila fra docenti ed ATA. Anche qui una grossa contraddizione rispetto al dato di partenza: la formazione come obbligo contrattuale è già prevista, mancano gli investimenti adeguati che non possono riguardare soltanto una parte, minoritaria, del personale. Perché la professionalità della scuola passa attraverso la formazione di TUTTO il personale, dirigente, docente, educativo ed ATA.
E poi l’oggetto della formazione è sbagliato, soprattutto se l’inizio dell’analisi parte dalla costatazione che i nostri studenti “sono piazzati male” rispetto ai dati Ocse-Pisa: Ocse-Pisa “misura” le capacità di comprensione dei testi e scrittura, dunque la formazione NON deve essere orientata verso STEM e strumenti informatici, ma deve interessare la didattica e la pedagogia tout court, semmai.

Ci sono poi alcune impostazioni di fondo che mi lasciano perplesso:

  • il Recovery Plan prevede riforme a traino di un certo peso e definite per legge, quando invece devono essere discusse in sede contrattuale: si parla infatti di carriera dei docenti (la solita solfa del middle management da cui allevare i futuri dirigenti scolastici) e di mobilità
  • il Recovery Plan annuncia una riforma del reclutamento dei docenti : stiamo ancora vivendo
  • il Recovery Plan annuncia una riforma dei professionali/tecnici: ne abbiamo bisogno in questo momento?

Tutti gli interventi sono curvati verso l’università o l’impresa ed hanno di fondo una visione della scuola come azienda (si veda anche la missione 1 dove si parla di pubblico impiego).
Dunque si tratta di un piano deludente che rischia di portare qualche pannicello caldo per qualche lobby, ma non risolve nessun problema concreto della scuola.

Da rivedere! Anzi, da riscrivere!!!


ci sto lavorando!
Successo! sei dei nostri

La scuola-impresa, stella polare del Recovery Fund

Una necessaria premessa: la filosofia del New Public Management (Npm) innerva tutte le proposte del Piano sull’uso del «Recovery Fund». La scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, è la logica di fondo del Npm: il trionfo dell’individualismo anche nel pubblico, incarnato negli standard astratti di valutazione (benchmark) che prendono il posto dell’interesse pubblico.

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Appunti per la Legge di Bilancio 2021: poche cose per la scuola (e pure confuse)

Sarà una legge di Bilancio molto magra per la Scuola.
Non debbono trarre in inganno le promesse di stabilizzazioni (25 mila docenti di sostegno e 1000 assistenti tecnici per le scuole del primo ciclo): infatti si tratta di due provvedimenti che non solo non risolvono i problemi di organico attualmente esistenti, tanto che sono oltre 50mila all’anno i posti autorizzati in deroga (da oramai 5 anni!), ma non consentono neppure di ridurre il numero di alunni per classe favorendo il distanziamento fisico tanto richiesto. Serviva uno sforzo per ampliare innanzitutto gli organici (dal posto comune, agli educatori, agli ATA), con notevoli investimenti anche nelle strutture (aumento dei locali e degli spazi) per ospitare classi meno numerose.

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