Un altro anno di quella patologia

Si dice che i vecchi non amino il buio della notte, né alzare gli occhi per fissare le stelle. «No xé cossì» mormorò l’uomo e rovesciò il capo, seguendo le luci nel cielo. Ingollò il bicchiere di grappa prima di vederle scomparire. Stucky lo imitò. Si dice che la ruota dei vecchi mulini ad acqua non dovrebbe fermarsi mai, altrimenti si fermerebbero le stagioni. «No xé cossì» disse il vecchio, indicando la ruota immobile di quello che era stato un mulino al tempo dei cavalli e dei carri, ed era diventato un modesto ristorante. La veranda del locale era sospesa sul fiume e di fronte c’erano i laghetti riempiti dal Sile, barche addormentate, salici, profili di case e stalle, i volumi neri dei pioppeti che suggerivano silenzio. Stucky rimase a pensare a quello strano contagio, una malattia rara. Non l’influenza, il morbillo o la scarlattina. Aveva scoperto che altri, nel mondo, avevano gli stessi sintomi. Colpiva indifferentemente ogni fascia d’età e si manifestava a ogni latitudine. Prima qualcosa bussa nella testa, poi, all’improvviso, si è attratti dall’oscurità della notte e si corre alla ricerca di una pista d’atterraggio. L’ispettore aveva perlustrato ogni angolo attorno all’aeroporto di Treviso sino a scoprire il luogo perfetto: quel vecchio mulino riadattato, le buone sedie, quel silenzio, la torre di controllo a pochi chilometri. Lì era inciampato in un anziano signore che affermava di essere felicemente entrato nel quinto anno di quella patologia.

Fulvio Ervas, C’era il mare

Cheto cheto mi metto in mare

Chiamatemi Ismaele.
Qualche anno fa — non importa quanti esattamente — avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.
Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.
Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Herman Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, 1994


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Ubriacato dalla voce del mare

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo

che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso: e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

Eugenio Montale, Ossi di seppia


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La costiera amalfitana

La strada che da Vietri a Capodorso
a Minori, ad Amalfi sale e scende
verso il mare di Conca e di Furore
è strada di montagna: vi s’arrende
la luce che nel trarla dosso a dosso
ai suoi spicchi costrutti trova il fiore
del lastrico deserto, la ginestra.
E l’ombra passa a approfondire il verso
dei suoi displuvi, l’onda dei tornanti
alle case di vetta: una finestra
dai vetri d’alba s’apre per l’oriente
alla breva serale.
Calma fragranza, il sonno nel riverso
meriggio è già l’amore,
un frascheggio di pergole di scale
e di voci passanti,
il fumo di chi vive col suo niente
una giornata d’aria.

Alfonso Gatto


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Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

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